✕

Paolo Rossi il primo martire del Sessantotto

Paolo Rossi (a destra) con altri studenti di Architettura

 

Ascolta l'audio

Il 27 aprile di sessant’anni fa alla Sapienza i neofascisti uccisero lo studente di architettura. La mobilitazione del Paese convinse la politica che i tempi erano cambiati
3 minuti di lettura

Dal 1993 una targa, in cima alla scalinata della facoltà di lettere della Sapienza, recita: «In memoria di Paolo Rossi, qui ucciso dai fascisti il 27 aprile 1966». Ogni anno studenti e docenti si ritrovano, depongono fiori e biglietti, ricordano lo studente ucciso quel giorno. Sessant’anni dopo, è da lì che si può ripartire: da un nome inciso nella pietra, da una vicenda che continua a interrogare la storia dell’università italiana e del Paese.

Sono queste le ragioni del convegno che si apre oggi nel palazzo del rettorato della Sapienza. Un appuntamento di riflessione e di studio, a partire dalle carte messe a disposizione dalla sorella Orietta Rossi, raccolte negli anni dal padre Enzo in una lunga battaglia per la verità.

Paolo…

Dal 1993 una targa, in cima alla scalinata della facoltà di lettere della Sapienza, recita: «In memoria di Paolo Rossi, qui ucciso dai fascisti il 27 aprile 1966». Ogni anno studenti e docenti si ritrovano, depongono fiori e biglietti, ricordano lo studente ucciso quel giorno. Sessant’anni dopo, è da lì che si può ripartire: da un nome inciso nella pietra, da una vicenda che continua a interrogare la storia dell’università italiana e del Paese.

Sono queste le ragioni del convegno che si apre oggi nel palazzo del rettorato della Sapienza. Un appuntamento di riflessione e di studio, a partire dalle carte messe a disposizione dalla sorella Orietta Rossi, raccolte negli anni dal padre Enzo in una lunga battaglia per la verità.

Paolo Rossi in una foto da bambino

 

Ma chi era Paolo Rossi? Cosa significò quella morte per la sua generazione? E perché rappresenta ancora tanto per studenti e docenti che continuano a ricordarlo? Studente di architettura al primo anno, iscritto al Partito socialista e all’associazione studentesca dei Goliardi Autonomi, scout, Paolo Rossi era un ragazzo degli anni Sessanta, “un ragazzo come noi”, amante del disegno e appassionato di politica. Vive il suo tempo, lo osserva, lo attraversa, come ci racconta una lettera conservata dalla famiglia, nella quale confessa a un’amica di essere profondamente colpito dalla morte di Kennedy.

La sua esistenza viene spezzata il 27 aprile 1966, a seguito di un’aggressione di matrice neofascista. Quel giorno si svolgevano le elezioni per il rinnovo degli organismi di rappresentanza studentesca. Il clima era tesissimo: accuse di brogli, minacce, manifesti strappati, scontri e tafferugli che si susseguivano. Paolo era lì, aveva appena presentato domanda per gli esami della sessione imminente. Le testimonianze degli amici lo descrivono come un ragazzo che non cercava lo scontro, anzi provava a contenerlo. Viene colpito all’emitorace sinistro. A causa dell’aggressione accusa un malore che si rivelerà fatale: precipita dal parapetto della scalinata della facoltà di lettere, viene trasportato al Policlinico, poi al San Giovanni. Muore nella notte.

Quella di Paolo si qualifica come una tragedia annunciata. Studenti e docenti della Sapienza avevano denunciato per anni la violenza di gruppi neofascisti, tollerata dalle autorità accademiche, in particolare dal rettore Giuseppe Ugo Papi, protagonista in negativo della vicenda. Una figura controversa, nel 1938 aveva preso la cattedra di Riccardo Bachi, docente ebreo espulso in seguito alle leggi razziali.

L’eco dell’assassinio scuote un’Italia che vive le ultime luci del miracolo economico: politici, amministratori, semplici cittadini si mobilitano per richiamare i valori dell’antifascismo costituzionale o per scrivere alla famiglia Rossi, condividendo dolore e sconcerto. Ma mentre il Paese si commuove e si interroga, il rettore prova a minimizzare, riconducendo quella morte a un incidente, come dichiara nella seduta del Senato accademico del 2 maggio 1966. La reazione è immediata. Contro Papi si coalizzano parte degli studenti e dei docenti dell’Università di Roma. In prima linea, intellettuali di riferimento della cultura italiana: da Amaldi ad Argan, da Calogero a Lombardo Radice, da Sapegno a Sylos Labini, da Visalberghi a Roncaglia, fino ad arrivare a Walter Binni, che nell’orazione funebre attaccò frontalmente il rettore. In tanti, l’elenco potrebbe essere molto più ampio, chiesero a gran voce le dimissioni, occupando la sera stessa diverse facoltà dell’ateneo. L’accusa è di aver tollerato troppo a lungo un sistema di violenza riconducibile a gruppi neofascisti garantendo di fatto un clima di impunità dentro l’università. Le dimissioni di Papi arrivano il 3 maggio 1966: una vittoria, ma anche una presa di coscienza.

La morte di uno studente diventa così il simbolo di una battaglia più ampia: contro la violenza neofascista, per la democratizzazione dell’università. Per molti rappresentò l’inizio di un nuovo impegno politico, quasi un’anticipazione del ’68. Bruno Zevi, docente di architettura, la facoltà in cui studiava Paolo, trova le parole per dare significato a quel tornante: «Fu la morte di Paolo Rossi a rivelare tutto questo, a determinare un’esplosiva riscossa delle forze democratiche, a svegliare il Parlamento e il governo, a imporre un radicale mutamento di costume nella direzione universitaria». Le dimissioni del rettore rappresentano il punto di partenza di una battaglia legale della famiglia per accertare la verità sulla morte. Il 5 maggio 1966, due giorni dopo aver lasciato l’incarico, Papi in un’intervista al Rome Daily American sostenne che la morte fosse stata il risultato di «una crisi epilettica». L’ex rettore provava così a negare il carattere politico della vicenda: non un’aggressione, ma un malore; non una responsabilità dell’ateneo, ma una fatalità. In quegli stessi giorni, da ambienti di destra e da alcuni giornali si tentò di ricondurre la morte a cause naturali o personali: crisi epilettica, problemi cardiaci, persino fragilità psichiche.

Enzo Rossi, il padre di Paolo, intraprese una battaglia senza la quale la verità sulla morte del figlio non sarebbe stata accertata. La sentenza, datata luglio 1968, stabilì che si trattava di omicidio preterintenzionale, anche se i responsabili restarono – e resteranno – ignoti.

Per arrivare a quell’obiettivo Enzo Rossi si è impegnato senza sosta rivolgendosi a gran parte del mondo politico, al presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, al presidente del Consiglio Aldo Moro, al pontefice Paolo VI. Una mobilitazione straordinaria di energie e intelligenze che contribuì a far emergere il profilo di un figlio perduto. Chi era Paolo Rossi? «Paolo non voleva morire né opporre violenza a violenza. Paolo era pacifico, forte e pienamente impegnato in ogni cosa positiva della vita», scrisse a Saragat. In quei giorni tragici di violenza all’università, Paolo era uno che cercava altre strade per evitare che i suoi colleghi o amici cedessero alle provocazioni.

Sessant’anni dopo, il convegno promosso dalla Sapienza riporta la vicenda di Paolo Rossi al centro della storia dell’ateneo. Non solo per custodirne la memoria, ma per marcare una distanza netta da quel tempo: dalla violenza politica, dalle rimozioni, dalle ambiguità e dalle responsabilità tradite, dalle istituzioni che allora non vollero vedere. La storia di Paolo Rossi non appartiene soltanto al passato di una generazione. La sua memoria raccoglie un’eredità diffusa: sessant’anni dopo un ricordo e un impegno.

Leggi i commenti