Una breve premessa, questo non è un pezzo sul fatto che io sia d’accordo o meno con Michel Houellebecq sull’eutanasia, è un pezzo sulla funzione dei romanzi — e dei romanzieri, laddove ancora resistano — in un’epoca di razionalità e diritti elevati a forma religiosa, e in un presente in cui la discussione è diventata opposizione e le nostre conversazioni, per citare Fleur Jaeggy, procedono attraverso una serie di esattezze non richieste. Di solito identitarie, aggiungo io.
Alcuni scrittori e scrittrici che amo sono lettori formidabili. Penso, ovviamente a Virginia Woolf, a Kundera, a Camilleri, a Michel Houellebecq. Michel Houellebecq è vivo, legge e scrive e il 10 luglio su Le Figaro è intervenuto sul fine vita nel giorno in cui l’Assemblea Nazionale si riuniva per approvare la legge nella …
Una breve premessa, questo non è un pezzo sul fatto che io sia d’accordo o meno con Michel Houellebecq sull’eutanasia, è un pezzo sulla funzione dei romanzi — e dei romanzieri, laddove ancora resistano — in un’epoca di razionalità e diritti elevati a forma religiosa, e in un presente in cui la discussione è diventata opposizione e le nostre conversazioni, per citare Fleur Jaeggy, procedono attraverso una serie di esattezze non richieste. Di solito identitarie, aggiungo io.
Alcuni scrittori e scrittrici che amo sono lettori formidabili. Penso, ovviamente a Virginia Woolf, a Kundera, a Camilleri, a Michel Houellebecq. Michel Houellebecq è vivo, legge e scrive e il 10 luglio su Le Figaro è intervenuto sul fine vita nel giorno in cui l’Assemblea Nazionale si riuniva per approvare la legge nella sua forma definitiva. Questi i fatti: un grande scrittore che è un formidabile lettore e l’eutanasia a cui è fermamente contrario. Il pezzo si intitola La mer noircie de sang che possiamo tradurre letteralmente “Il mare annerito dal sangue”.
Ne La carta e il territorio, libro con cui vince, nel 2010, il Premio Goncourt (la traduzione italiana è di Fabrizio Ascari, l’editore La nave di Teseo), Jed Martin, il protagonista, ormai artista famoso e quotato, ricco, si trova in Svizzera, davanti a una clinica per l’eutanasia: «Nel momento in cui si apprestava a suonare, due uomini in giubbotto e pantaloni di cotone uscirono portando una bara di legno chiaro — un modello leggero e di modesta qualità, probabilmente truciolato — che deposero in un furgoncino Peugeot Partner che sostava davanti all’edificio. Senza prestare nessuna attenzione a Jed, risalirono subito, lasciando aperte le portiere del furgoncino, e ridiscesero un minuto dopo con una seconda bara, identica alla precedente, che sistemarono a sua volta nel veicolo. (...) Il valore commerciale della sofferenza e della morte era diventato superiore a quello del piacere e del sesso, pensò Jed, ed era probabilmente per la stessa ragione che Damien Hirst, alcuni anni prima, aveva sottratto a Jeff Koons il suo posto di numero uno mondiale dell’arte».
In una intervista del 22 marzo scorso, Houellebecq, rispondendo sul Corriere della sera alle domande di Stefano Montefiori, collegava la fine dell’Occidente all’eutanasia, parlava di un generalizzato desiderio di morte, non totalmente consapevole, che tuttavia potrebbe portare alla sostituzione della specie umana con qualcosa di più vantaggioso (per il pianeta), parlava di cosa mancherà al mondo quando gli uomini non ci saranno più, e cioè l’amore e i sentimenti, a meno che i robot non siano in grado di svilupparli. Riporto queste due considerazioni perché, anche senza aver letto i romanzi di Houellebecq — ma io spero che tutti li leggano — si capisce che la catastrofe è uno scenario come altri, più probabile di altri, ma scriverne e leggere è il modo migliore per capirlo. Non sto dicendo che Houellebecq scriva con intenzione didattica o formativa, sto dicendo che il romanzo è la forma più esatta per la speculazione e la comprensione che abbiamo a disposizione.
I romanzi sono dispositivi per pensare insieme — chi lo ha scritto e chi lo legge — e nei quali il giudizio è lasciato a chi legge, non a chi scrive. Questa è l’avventura che i romanzi promettono (e non sempre mantengono). Ciascuno di noi può pensare che la Monaca di Monza sia una vittima, anche se prepotente, che Athos avrebbe dovuto uccidere subito Mordaunt, il figlio di Milady, e la sua carità è pelosa, che la Bonaria Urrai di Michela Murgia, in Accabadora, aveva il diritto di uccidere o che provasse compassione, cioè la partecipazione dei dolori altrui?
Il testo di Le Figaro, lungo excursus storico, filosofico e letterario sull’utilizzo dei concetti di dignità, pudore e vergogna, si conclude constatando che stiamo entrando in un mondo in cui è più facile morire, ma Houellebecq avrebbe preferito un mondo in cui fosse possibile vivere. E che cos’è la vita? Secondo Houellebecq la vita non è la rappresentabilità della vita. Non è una certa forma fisica, una certa classe sociale, una foto su Instagram, non è una serie di azioni facilmente gestibili e interpretabili con i parametri del capitale. La vita animale non è solo ciò che può produrre e che produce. Tutte le vite considerate non produttive devono essere eliminate, in qualsiasi modo.
Come si eliminano le vite non produttive? Con le guerre, i massacri, i genocidi — la guerra è una operazione malthusiana, scriveva Klaus Mann, intendendo che le risorse non sono infinite, e dunque — o, in zone di pace apparente, questo il punto da cui Houellebecq ci illumina, con una luce livida, con uno stato di diritto.
E così non è importante essere d’accordo o no con Michel Houellebecq, come dicevo all’inizio, è importante, essenziale, vitale, non aver paura di indagare narrativamente ciò che ci sta intorno e noi stessi costruiamo. Non opposizione dialettica, ma immaginazione. Non chi ha ragione e torto, ma una soluzione per un mondo in cui è ancora possibile vivere.
I romanzi, anche quando immaginano e descrivono mondi orribili, finali crudeli, morale inesistente, crudeltà ripetute, viltà politiche e civili, sono il contrario del fanatismo.