Trent’anni di “Cecità”: com’è nato il capolavoro di Saramago e perché lui pianse dopo averlo finito
di Ilaria ZaffinoSono passati esattamente 30 anni dall’arrivo in Italia di Cecità, il libro forse più scomodo, inquietante che José Saramago ci ha lasciato. Lo compose a Lanzarote, dove si era ritirato in esilio dal Portogallo con la moglie Pilar del Río, inaugurando il ciclo dei suoi scritti allegorici. Lui stesso aveva definito Cecità un’allegoria, un racconto filosofico, affresco di un’umanità che è «cieca perché vedendo non vede». Un libro profetico se vogliamo, giustamente acclamato come il suo capolavoro, che il Nobel portoghese terminò nel 1995, dopo aver iniziato una nuova fase della sua vita e di cui tanto si è tornato a parlare negli ultimi anni, dopo la pandemia.
«Era il suo libro di ribellione», ha sempre detto Pilar del Río. Scrittrice, giornalista, presidente della Fondazione intito…
Sono passati esattamente 30 anni dall’arrivo in Italia di Cecità, il libro forse più scomodo, inquietante che José Saramago ci ha lasciato. Lo compose a Lanzarote, dove si era ritirato in esilio dal Portogallo con la moglie Pilar del Río, inaugurando il ciclo dei suoi scritti allegorici. Lui stesso aveva definito Cecità un’allegoria, un racconto filosofico, affresco di un’umanità che è «cieca perché vedendo non vede». Un libro profetico se vogliamo, giustamente acclamato come il suo capolavoro, che il Nobel portoghese terminò nel 1995, dopo aver iniziato una nuova fase della sua vita e di cui tanto si è tornato a parlare negli ultimi anni, dopo la pandemia.
«Era il suo libro di ribellione», ha sempre detto Pilar del Río. Scrittrice, giornalista, presidente della Fondazione intitolata a Saramago, agli anni vissuti dal marito a Lanzarote, dove lo scrittore è scomparso nel giugno del 2010, ha recentemente dedicato il libro L’intuizione dell’isola (pubblicato in Italia da Feltrinelli), in cui cerca di dare quotidianità al mito.
«José Saramago iniziò a scrivere Cecità diverse volte perché non si sentiva a suo agio con l’idea. Sapeva cosa voleva dire; voleva parlare di un mondo in cui siamo ciechi, ciechi al punto che anche vedendo non vediamo. Ma non riusciva a trovare il tono giusto. Fu il suo libro più scomodo, quello che gli risultò più difficile», racconta ora intervistata da El País.
Alla fine, però lo trovò il tono. E pianse quando lo terminò, ricorda la moglie. Era il 1995 e Saramago disse semplicemente: «Ho finito». Era notte, e tirò un sospiro di sollievo. In esilio da Lisbona, dove il governo di destra del suo Paese gli aveva negato il permesso di presentare a un premio letterario il libro Il Vangelo secondo Gesù Cristo, nel 1993 Saramago si era ritirato con la moglie a vivere sull’isola di Lanzarote. In quella casa a Tías, dove scrisse quello che sarebbe poi diventato il libro più audace della sua vita e che gli avrebbe fatto vincere il Nobel per la letteratura nel 1998, primo autore di lingua portoghese a ricevere il prestigioso riconoscimento.
«Aveva dedicato molto tempo al Vangelo... Ne fu sopraffatto, lo lasciò vuoto, a tal punto che l’unica via d’uscita era un libro di ribellione, di dissenso, come Cecità», ricorda ancora Del Río. Sono trascorsi ormai trent’anni dalla sua pubblicazione, ma la stesura di quel capolavoro è ancora viva nella sua mente. Saramago scriveva tre pagine al giorno. «Me le consegnava appena le stampava. Non mi diceva cosa avrebbe scritto dopo, perché nemmeno lui sapeva cosa stesse succedendo alla sua immaginazione e alla sua scrittura». Si stava riprendendo dai maltrattamenti subiti dalle autorità conservatrici del suo Paese e a Lanzarote iniziò anche per lui una «nuova andatura letteraria», come la stessa Pilar del Río ci aveva raccontato nella sua ultima intervista a Repubblica.
«Entrò in un bar a Lisbona, mi aspettava, era solo, e all’improvviso gli venne in mente questa domanda: “E se fossimo tutti ciechi?”. L’eco del Vangelo risuonava ancora in lui... Ripeteva: “Siamo arrivati su Marte, come è possibile che non sappiamo come raggiungere i nostri simili?”. È da lì che ha cominciato a nascere questo libro, profondamente umanistico». Il libro che, secondo critici e lettori, meglio rispecchiava quest’epoca contemporanea. E che continua a farlo. Come tutte le opere di Saramago, rifletteva il poeta che era. Un poeta e un uomo impegnato che aveva conosciuto gli orrori del XX secolo e viveva secondo un documento fondamentale, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, «il meglio che in termini di ideologia il secolo scorso avesse da offrire, diceva, e se tutti la rispettassero il mondo sarebbe diverso, non ci sarebbero guerre».
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Saramago è morto a Lanzarote il 18 giugno 2010. La sera prima, aveva salutato gli amici che erano con lui quel giorno. Era rimasto con loro finché non si era alzato da tavola e aveva pronunciato, in portoghese, quello che sarebbe stato il suo ultimo saluto: «Até amanhã, Ci vediamo domani». E in un certo senso aveva ragione: con Cecità continua ogni giorno a parlarci. Perché è un libro che non si limita a descrivere gli eventi di trent’anni fa. Al contrario, è un invito continuo all’inquietudine, ad aprire gli occhi della ragione e della coscienza, a essere vigili. Sono passati trent’anni, eppure lo sguardo di Saramago continua a guidarci.