«L’uomo è un animale sospeso nelle reti di significato che egli stesso ha tessuto e queste reti costituiscono la cultura». In questa frase c’è tutto Clifford Geertz, il grande antropologo americano che domani avrebbe compiuto cento anni. Nato il 23 agosto 1926 a San Francisco e morto il 30 ottobre 2006 a Philadelphia, studiò filosofia ad Harvard dove ebbe come maestri degli autentici mostri sacri delle scienze sociali statunitensi. Primo fra tutti Talcott Parsons, il mandarino della sociologia americana, ispiratore di Jürgen Habermas e massimo esponente dello struttural-funzionalismo. L’altro suo maestro fu Clyde Kluckhohn, autore di importanti studi sugli indiani del Nord America, che divenne celebre per A mirror for man, libro tradotto in tutti i Paesi, compreso il nostro, dove uscì per Garzanti con il titolo Lo specchio dell’uomo. Proprio a Kluckhohn, il giovane Geertz deve l’idea dell’antropologia come specchio che riflette soprattutto l’immagine dell’antropologo e della sua cultu…
«L’uomo è un animale sospeso nelle reti di significato che egli stesso ha tessuto e queste reti costituiscono la cultura». In questa frase c’è tutto Clifford Geertz, il grande antropologo americano che domani avrebbe compiuto cento anni. Nato il 23 agosto 1926 a San Francisco e morto il 30 ottobre 2006 a Philadelphia, studiò filosofia ad Harvard dove ebbe come maestri degli autentici mostri sacri delle scienze sociali statunitensi. Primo fra tutti Talcott Parsons, il mandarino della sociologia americana, ispiratore di Jürgen Habermas e massimo esponente dello struttural-funzionalismo. L’altro suo maestro fu Clyde Kluckhohn, autore di importanti studi sugli indiani del Nord America, che divenne celebre per A mirror for man, libro tradotto in tutti i Paesi, compreso il nostro, dove uscì per Garzanti con il titolo Lo specchio dell’uomo. Proprio a Kluckhohn, il giovane Geertz deve l’idea dell’antropologia come specchio che riflette soprattutto l’immagine dell’antropologo e della sua cultura. In realtà la ricerca antropologica, prima ancora che il profilo della società studiata, restituisce soprattutto quello dello studioso e del suo mondo. Non a caso Geertz è considerato il padre fondatore della cosiddetta antropologia riflessiva. Un modo di fare ricerca che non considera le altre culture come insiemi chiusi e omogenei ma, piuttosto, come ragnatele di significati in perpetua trasformazione, mai date una volta per tutte e soprattutto impossibili da spiegare in maniera oggettiva, da ridurre a leggi generali e tanto meno universali.
In questa metafora aracnoidea della cultura come intrico di significati - che ricorda molto da vicino l’immagine baudelairiana della foresta di simboli - affonda le radici l’idea geertziana dell’antropologia interpretativa, che dà il titolo alla sua opera più famosa, uscita in Italia dal Mulino. Si tratta di una narrazione antropologica lontana anni luce dalla scienza sperimentale in cerca di leggi universali, valide sempre, ovunque e comunque, che l’ha preceduta.
Per capire davvero gli altri bisogna andare a scuola dagli scrittori piuttosto che scimmiottare gli scienziati. Insomma, l’antropologia geertziana è un’ermeneutica della cultura, un tentativo di leggere i significati che danno forma a una società proprio come si legge un testo. E questi significati non stanno nella mente dell’antropologo che dall’esterno spiega la società messa sotto osservazione quasi fosse un oggetto. Bensì nel conflitto delle interpretazioni, in un incessante negoziato tra immagini degli uni e degli altri che pone l’osservatore e gli osservati gli uni accanto agli altri come parti di un medesimo processo, come attori di uno stesso dramma umano e conoscitivo. Lo studioso diventa così una parte della sua stessa indagine, soggetto ma anche oggetto.
In questo principio d’indeterminazione geertziano, che fa della cultura una rete di connessioni e di interconnessioni interne ed esterne, affiora l’eredità delle correnti più feconde del pensiero del Novecento, da Werner Heisenberg e Ludwig Wittgenstein, a maestri dell’ermeneutica filosofica come Paul Ricoeur, dal quale Geertz mutua l’idea della cultura come testo. Fino al filosofo Kenneth Burke e al suo approccio drammaturgico, che ispira al nostro le sue celebri analisi sul combattimento dei galli a Bali come teatro rituale in cui la società mette in scena sé stessa.
Se in libri come Interpretazione di culture Geertz aveva elaborato la sua concezione dell’antropologia come ermeneutica, in Opere e vite, uscito sempre dal Mulino, egli estende la sua indagine riflessiva al linguaggio stesso usato dai grandi dell’antropologia. Da Ruth Benedict a Bronislaw Malinowski, da Edward Evans Pritchard al più grande di tutti, Claude Lévi-Strauss. E proprio quest’ultimo diventa il bersaglio critico scelto per prendere le distanze dallo strutturalismo e dalla sua ambizione di scoprire leggi della condotta umana oggettive come quelle delle scienze naturali e delle neuroscienze. Il tentativo gli riesce solo in parte, perché di fatto finisce per rendere quasi un omaggio involontario alla modernità insuperata dell’autore di Tristi Tropici che, pur senza enunciarlo programmaticamente, aveva trasformato, con largo anticipo su Geertz, l’indagine etnografica in una scrittura – sospesa tra letteratura e psicoanalisi – in cui l’io dell’antropologo si riflette nella società studiata per scoprirvi una umanità comune.
Negli ultimi anni, quando era professore a Princeton, l’antropologo aveva volto il suo sguardo al fenomeno della globalizzazione offrendo un importante contributo all’analisi della complessità contemporanea in Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo. Un libro originale e provocatorio scritto a ridosso della guerra nella ex Jugoslavia, ma più che mai attuale oggi che i teatri di guerra, dal Medio Oriente all’Ucraina, si spandono a macchia d’olio. Questi conflitti, economici o politici, etnici o religiosi, sono il paradigma dell’apparente paradosso del nostro mondo. Caratterizzato per un verso da una crescente globalizzazione dell’economia e dell’informazione, da una omologazione dei corpi e delle anime. E per l’altro verso da una moltiplicazione esponenziale delle divisioni culturali, dei localismi, degli integralismi, dei nazionalismi, dei sovranismi.
Su questa materia incandescente lo sguardo di Geertz è lontano tanto dal millenarismo predicatorio di sociologi come Bauman, quanto dalla autofustigazione ideologica degli studi postcoloniali che fanno dell’Occidente il solo e unico responsabile di tutti i mali del pianeta. Riducendo la complessità multifattoriale della storia alla opposizione secca West-Rest, Occidente contro resto del mondo. Un dualismo manicheo, che contrappone la nostra civiltà - chiamata sempre e comunque sul banco degli accusati in quanto colonialista, patriarcale, imperialista - a tutte le altre. L’attenzione alle dinamiche interne dei mondi locali gli consente di sottrarsi a quelle generalizzazioni affrettate e apocalittiche. E di sostenere che ogni società ha la forza di trovare in sé stessa gli elementi su cui fondare la sua idea di futuro. Senza andarla a cercare nei modelli di sviluppo altrui. Ed è proprio questa iniezione di fiducia l’eredità che ci ha lasciato.