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Maestro

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E nel frattempo se n'è andato anche Stefano Benni: la lugubre parentela quasi-anagrammatica tra cronologia e necrologia si è così manifestata una volta di più. La società delle comunicazioni di massa ha eletto a personaggi in vista (inventandosi anche appositi dispositivi linguistici, come la paroletta Vip) legioni e legioni di tizi più meritevoli o meno, in una gamma che va dagli universalmente noti a quelli che un'arguzia da Dagospia nomina come: «famosi per essere famosi». Non è certo il caso di Benni il quale, in un mezzo secolo di celebrata attività pubblica, ha certamente meritato la fama e i tributi che gli sono stati riconosciuti in morte. Anche nel suo caso è stato speso l'appellativo di «maestro» che era ricorso a proposito degli altri recenti estinti popolari: per Giorgio Armani (e ci mancherebbe); per Pippo Baudo; persino, e non sempre in tono ironico, per Emilio Fede.

E nel frattempo se n'è andato anche Stefano Benni: la lugubre parentela quasi-anagrammatica tra cronologia e necrologia si è così manifestata una volta di più. La società delle comunicazioni di massa ha eletto a personaggi in vista (inventandosi anche appositi dispositivi linguistici, come la paroletta Vip) legioni e legioni di tizi più meritevoli o meno, in una gamma che va dagli universalmente noti a quelli che un'arguzia da Dagospia nomina come: «famosi per essere famosi». Non è certo il caso di Benni il quale, in un mezzo secolo di celebrata attività pubblica, ha certamente meritato la fama e i tributi che gli sono stati riconosciuti in morte. Anche nel suo caso è stato speso l'appellativo di «maestro» che era ricorso a proposito degli altri recenti estinti popolari: per Giorgio Armani (e ci mancherebbe); per Pippo Baudo; persino, e non sempre in tono ironico, per Emilio Fede.

Questa didattica se non pedagogia del trapasso si fa notare anche per il ricorrente meme linguistico dell'«insegna agli angeli a...». Se la lingua batte dove il dente duole non si può evitare di mettere in relazione il continuo richiamo al magistero di questo e quello con le lacune che il sapere comune tradisce in tutti i campi possibili, dal nozionismo al savoir-faire, dalla comprensione del testo alla messa in esercizio di un minimo di logica negli argomenti e nei comportamenti. A scuola, poi, i maestri in carne e ossa (e le maestre, e i professori, e le professoresse) vengono ormai menati proprio, anche fuori dall'orario opportunamente dedicato al «ricevimento».

Benni maestro? Certo, prima di lui nessuno faceva satira politica inventiva e fantasiosa; poi ci si sono messi tutti (e lui si è dato ad altro). Armani? Beh, come si diceva: ci mancherebbe; ha davvero inventato uno stile e un modo di farlo conoscere del tutto suoi. Se ci chiediamo perché chiamiamo «maestri» i morti che hanno riscosso popolarità (e se non tutti, quasi) è perché la popolarità si riscuote distinguendosi dagli altri, facendo cioè qualcosa che gli altri non fanno. Non lo fanno perché è tecnicamente arduo, perché è concettualmente inedito, o magari perché è deteriore e nessuno l'avrebbe messo in opera senza vergognarsene. Alzare la soglia del possibile o abbassare quella del pudore sono due modi di distinguersi e tra l'altro il secondo richiede talento e fatica molto minori e rischia di avere effetto anche maggiori.

Fama

Quando si sente parlare di un «maestro» la prima domanda da farsi è dunque quale sia la sua lezione. La seconda domanda deve riguardare la lezione stessa. Oggi si dice pure con uno di quegli anglismi quasi inappariscenti, che persone così sono state «un'ispirazione». Bisogna però vedere se davvero ciò che hanno fatto per essere considerati maestri è stato appreso da qualcuno oppure se è scomparso con loro. Che cosa hanno ispirato, alla fine? La terza e ultima domanda riguarda chi pronuncia l'appellativo «maestro», specialmente se specifica «il mio maestro». Si legge di scrittori poco dotati che professano devozione assoluta per stilisti squisiti come Gustave Flaubert, Marcel Proust e Vladimir Nabokov, e li chiamano «maestri». Rischiano così che uno dei loro fantasmi vada a tirar le loro lenzuola mentre dormono.

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