Tra i personaggi più caratteristici della Recherche, la grande opera di Marcel Proust, va certamente annoverato Aimé, il direttore del Grand-Hotel di Balbec, in Normandia. Deferente ma scaltro, si segnala per una proprietà linguistica che lo rende irresistibile. Dice il narratore che a mano a mano che Aimé impara nuove lingue dimentica quelle che già sapeva, ivi compreso il francese: confonde perciò le parole, ne dice una per l'altra, e inoltre ama ripetere più volte proprio le parole su cui si sbaglia. Forse un editor uscito da una scuola di scrittura creativa oggi avviserebbe Proust che la macchietta di Aimé è in forte sospetto di «abilismo», cioè di costituire un oltraggioso dileggio a spese di qualche figura di neurodiversità, come i dislessici o simili. Ma per fortuna del lettore la rozza mentalità di un secolo fa consentiva a Proust di riportare con fedele divertimento gli strafalcioni di Aimé, chissà se inventati dal suo autore o tratti da qualche sua esperienza reale. Uno dei …
Tra i personaggi più caratteristici della Recherche, la grande opera di Marcel Proust, va certamente annoverato Aimé, il direttore del Grand-Hotel di Balbec, in Normandia. Deferente ma scaltro, si segnala per una proprietà linguistica che lo rende irresistibile. Dice il narratore che a mano a mano che Aimé impara nuove lingue dimentica quelle che già sapeva, ivi compreso il francese: confonde perciò le parole, ne dice una per l'altra, e inoltre ama ripetere più volte proprio le parole su cui si sbaglia. Forse un editor uscito da una scuola di scrittura creativa oggi avviserebbe Proust che la macchietta di Aimé è in forte sospetto di «abilismo», cioè di costituire un oltraggioso dileggio a spese di qualche figura di neurodiversità, come i dislessici o simili. Ma per fortuna del lettore la rozza mentalità di un secolo fa consentiva a Proust di riportare con fedele divertimento gli strafalcioni di Aimé, chissà se inventati dal suo autore o tratti da qualche sua esperienza reale. Uno dei più incisivi (se non vero, ben trovato) accade quando Aimé parla al narratore-protagonista di quelle ragazze passate poi in leggenda come «Fanciulle in fiore» e dice di conoscerle tutte da parecchio tempo: addirittura da prima che entrassero nell'età della «pureté», cioè della purezza. Il narratore annota di non aver fatto fatica a comprendere che la parola era stata pronunciata in luogo di «puberté».
Oggi l'argomento non è di quelli che si possano trattare con tanta leggerezza, ma il lapsus, genuino o artefatto con maestria da Proust che sia stato, è delizioso come lo sono soltanto certi ossimori quasi enigmatici. Parlare della pubertà come dell'ingresso nella età della purezza non è un errore qualsiasi. Sarà freudianamente ineccepibile che il bambino sia un perverso polimorfo ma certamente è con la pubertà che la persona si affaccia a una stagione di esperimenti e turbamenti arcani e inconfessabili. L'etimologia della parola peraltro comporta alcuni spostamenti di notevole pregnanza. La «pubertà» è la condizione della persona «pubere». Il «pubere» prende il nome dal «pube», l'osso che forma la parte anteriore del bacino a cui dà pure nome. In realtà questo nome dell'osso e della parte corrispondente è mutuato da quello del «pelo» che viene a ricoprirla, tale zona, nell'epoca dell'ingresso nella «pubertà», ovvero quella in cui il soggetto si trova a essere «di primo pelo». La semantica e la retorica sanno regalare di queste meraviglie: la concomitanza fra la messa in funzione delle ghiandole sessuali e la crescita del pelo pubico (e no) produce una costellazione denominativa che si sposta dal pelo all'osso sottostante la sua sede, dall'osso allo sviluppo degli organi contigui, da questo alla persona investita da tale cambiamento e alla sua condizione generale. Per un pelo!, verrebbe da dire. Perché in effetti il pelo, nella sua dimensione filiforme, quasi frattale, segna spesso un passaggio: persino quello del tutto immateriale tra superficie dell'acqua e aria. Al confine tra superficie dell'acqua e massa d'aria non c'è nulla: quel nulla si chiama «pelo» (dell'acqua). Nella biografia degli esseri umani il pelo segna appunto il passaggio da età impubere a pubertà. Nella loro anatomia il pelo può fare da filtro in punti di passaggio fra esterno e interno (per esempio naso e orecchie). Ma anche sul piano semantico il pelo segna una soglia. Non è più corpo neutro e non è ancora osceno, e forse per questo nella nostra epoca viene eliminato, si può dire radicalmente, nelle tolettatura delle persone eroticamente molto attive («Che nero!» cantava invece, nel suo «Disperato, erotico stomp», il peraltro villosissimo Lucio Dalla).
Anche la presenza del pelo nei modi di dire è in sospetto di allusioni un poco cifrate: il pelo sullo stomaco, quello sulla lingua. Esperienza e pudore, ingenuità e spregiudicatezza. Forse noi non viviamo più in un'età di innocenza perduta, come crediamo, bensì nella velleità di potercene ricostruire una artefatta, di innocenza, come un un pietoso toupet, evidentemente posticcio ma esibito come naturale. Velli, velli, fortissimamente velli. E forse a dirlo è anche il modo in cui parliamo di quel probabile, se non del tutto comprovato, farabutto che è stato mister Jeffrey Epstein. Si sarà forse notato come ogni menzione del suo nome e invariabilmente accompagnata o sostituita dall'antonomasia: «il finanziere pedofilo» o «il miliardario pedofilo». Si tratta di un punto certamente delicato e altrettanto certamente non si tratta di sminuire il carico delle accuse che gli sono state mosse finché è stato in vita e delle condanne che lo hanno condotto in prigione, dove ha trovato la morte per cause probabilmente non del tutto accertate. Si tratta piuttosto di evitare di perpetrare per sbadataggine quella stessa confusione a cui Monsieur Aimée veniva indotto nella «tenebra nella sua memoria lessicale» (così Proust). Salvo errore, Epstein è stato riconosciuto colpevole di avere indotto a rapporti sessuali ragazze di 12 o 14 anni, ciò che la legge punisce e che viene denominato pedofilia. La punizione sarà giuridicamente sacrosanta, qui non si ha titolo per parlarne e tantomeno metterla in dubbio.
La denominazione è invece discutibile. Indurre o peggio costringere ad atti sessuali persone impuberi o puberi è proprio la medesima cosa? Non c'è da fare una distinzione? In verità da lettori di cronache si vorrebbe sapere se un maniaco sessuale cerca le sue prede all'asilo o alle scuole medie: quantomeno si graduerebbe il senso di orrore. Ma l'impressione è che i due casi abbiano una ben diversa attinenza psicologico-psichiatrica e meriterebbero perciò denominazioni distinte. Non c'è però da essere ottimisti sul fatto che questa petizione abbia qualche accoglienza. Chiamiamo ragazzi i trentacinquenni, bambini i quindicenni, le distinzioni categoriali non sono il nostro forte, specialmente quando si tratta di indignarci. E l'indignazione non cerca peli nell'uovo. Come una volta si diceva d'altro, l'indignazione non vuole pensieri.