Gli oggetti viaggiano, come noi abbiamo ricominciato a viaggiare, si contaminano. Oggetti migratori, vengono comprati, scambiati, regalati, e poi… alcuni finiscono in un museo. Sin dall’antichità, le loro rotte si intrecciano alle grandi esplorazioni, via terra e via mare. Pattern e motivi simili si ritrovano in culture ed epoche lontane, a tutte le latitudini del globo, perché il design migra, come i popoli.
Questo parallelismo, e le nuove prospettive che offre sulla collezione di un museo, hanno ispirato la mostra Migration – the Journeys of Objects al Röhsska Museum of Design and Craft di Göteborg, dal 23 ottobre 2021 al 28 agosto 2022. Più di duecento gli oggetti esposti, di origini diverse per cultura, geografia e storia, accostati per materiali e tipologie. «Qual è la connessione tra migrazioni e design? È questa la vera questione», racconta il curatore Johan Deurell.
Sì, perché in un museo gli oggetti sono classificati, pietrificati, in qualche modo, guardati come il prodotto di una cultura specifica, ben definita. L’importante è l’origine, e non lo scambio da cui sono nati. «Ma noi viviamo in un mondo dove i confini tra le culture sono sempre più sfumati, e questo influenza le nostre vite. Un impatto di trasformazione che ha dato forma anche al design», prosegue il curatore, citando il testo dell’antropologo di origine indiana Arjun Appadurai, presente nel catalogo, sugli oggetti museali come rifugiati accidentali. «E lo dimostra un esempio molto preciso. C’è un arazzo vernacolare, nella nostra collezione, intessuto a mano dalle donne che vivevano nel sud della Svezia, accostato a una tovaglia rinascimentale olandese. I motivi floreali si assomigliano, così come la tecnica, a riprova dell’intreccio di migrazioni. L’arazzo è definito flamskväv, perché si pensava di origini fiamminghe, e invece la capacità di tessere su grandi formati arriva in Svezia dai migranti olandesi».
E, perché no, invita anche a entrare in un museo con un atteggiamento più sperimentale e forse meno sacrale. «I tessuti e i tappeti, per esempio, sono sempre stati strumenti di comunicazione, trasportati attraverso le strade del commercio globale, da un posto all’altro, hanno avuto un ruolo centrale nella circolazione di immagini, pattern, tecniche e idee», conclude Johan Deurell.
Un esempio per tutti, i tappeti afghani, che a un primo sguardo sembrano tappeti orientali tradizionali, ricchi di colori e motivi geometrici, ma se guardati meglio, rivelano, invece o accanto agli elementi della vita rurale, fucili, granate, mappe e soldati combattenti. Insomma, gli oggetti non sono muti, e spesso trovano davvero rifugio in un museo. Per non essere distrutti o dimenticati, nel vasto oceano della storia mondiale.