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L'Alusta Pavilion di Suomi/Koivisto Architects, spazio di incontro tra specie diverse e piattaforma per il dibattito ambientale (foto Maiju Suomi)

L'Alusta Pavilion di Suomi/Koivisto Architects, spazio di incontro tra specie diverse e piattaforma per il dibattito ambientale (foto Maiju Suomi)

 

Genere umano fatti più in là

Siamo profondamente connessi con i sistemi naturali ma non pensiamo anche a loro. Una esposizione pone il tema di una rivoluzione di paradigma. L’uomo deve progettare anche per il benessere degli altri esseri viventi
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Un grande laboratorio sulle specie, che coinvolge 50 designer, architetti e artisti per progettare il futuro, non più a scala umana ma per tutti i sistemi viventi, con cui coabitiamo e da cui dipendiamo – piante, polipi, alghe, fiumi. Fine del paradigma antropocentrico, comincia l’era dell’interconnessione. Design collaborativo. Dopo il less is more, arriva il more than human. «Ridurre le emissioni, lo spreco, il riscaldamento globale, queste formule non bastano più, bisogna lavorare su narrazioni alternative per il pianeta, ci vuole una rivoluzione copernicana che non consideri più l’uomo al centro. Siamo profondamente interconnessi ai sistemi naturali ma non progettiamo per loro», spiega Justin McGuirk, direttore del Future Observatory e co-curatore con Rebecca Lewin della mostra More than Human al Design Museum di Londra, dall’11 luglio al 6 ottobre. Certo, niente di nuovo se guardiamo, per esempio, al lavoro degli antropologi, ma forse inedito per il design mettere al centro un pensiero finora laterale, non tanto per fornire soluzioni pratiche, ma per suggerire una posizione critica. Ecco perché sono stati invitati 50 autori di tre discipline diverse, con lavori nuovi o commissionati ad hoc, ad esplorare le necessità degli ambienti viventi e delle specie che li abitano.

La serie Rumita, di Federico Borrella e Michela Balboni, raffigura "uomini-albero" della comunità rurale di Satriana di Lucania, vestiti a Carnevale da foresta che cammina (foto Federico Borrella e Michela Balboni)

La serie Rumita, di Federico Borrella e Michela Balboni, raffigura "uomini-albero" della comunità rurale di Satriana di Lucania, vestiti a Carnevale da foresta che cammina (foto Federico Borrella e Michela Balboni)

 

La sezione “Essere paesaggio” comprende un murale di 8 metri realizzato da Moth (More Than Human Life Project) con una rete tentacolare di fiumi per riconoscere diritti legati ai corsi d’acqua, ma anche le opere della brasiliana Solange Pessoa sulle credenze animistiche degli indigeni, le fotografie di Federico Borella e Michela Balboni, che documentano il rito ancestrale dei Rumiti, uomini-albero ricoperti di edera, o le maschere in bucce di mais dell’artista britannico Johnathan Baldock.
Una delle maschere Corn Dolly, dell'artista Jonathan Baldock, in mais fuso nel bronzo, ispirate alle bambole pagane

Una delle maschere Corn Dolly, dell'artista Jonathan Baldock, in mais fuso nel bronzo, ispirate alle bambole pagane

 

E i designer? «Le condizioni nelle quali lavorano non consentono loro queste libertà, sono concentrati sull’uomo, perché questo chiede il mercato», prosegue Justin, «ma c’è una generazione emergente, un’avanguardia, che vuole progettare diversamente. Possono farlo da soli? No, devono collaborare con scienziati, ecologisti, antropologi».
E guardare al passato, aggiungiamo noi, ai riti e alle tradizioni ancestrali che hanno generato manufatti con materiali locali, per i bisogni delle comunità. Basti pensare alle relazioni con il paesaggio degli Ye’kuana, una comunità dell’Amazonas, conosciuta per i cesti intrecciati con foglie di vite. La seconda sezione della mostra, “Fare con il mondo” presenta progetti per piante, animali e ambienti, come reti da pesca che hanno meno impatto sull’ecosistema marino, e innovazioni che aiutano le barriere coralline a riparare i danni subiti o, per tornare alla terra, l’Alusta Pavilion degli architetti Elina Koivisto e Maiju Suomi, costruito per incoraggiare la biodiversità in ambienti urbani.
L'installazione Kombu Nudibranch di Julia Lohmann, fatta di alghe, rattan e compensato (courtesy Julia Lohmann - Studio e design museum)

L'installazione Kombu Nudibranch di Julia Lohmann, fatta di alghe, rattan e compensato (courtesy Julia Lohmann - Studio e design museum)

 

Ma come possiamo sapere se quello che progettiamo noi umani sia davvero un beneficio per le altre specie, che non possono comunicare con noi? «Non lo so, in effetti, ma so che siamo all’inizio di qualcosa di nuovo e che molto di quello che è in mostra chiede di mettersi nella prospettiva di altri esseri e considerare i loro diritti, rivalutando modi antichi di stare nel mondo, rimparando cose che una volta comprendevamo e riscoprendo l’attaccamento ai viventi».

Non a caso, l’ultima sezione si intitola “Cambiare prospettiva” e ci chiede di considerare come le piante e gli animali percepiscano e identifichino il loro posto nel mondo. «Questa è una mostra radicale», conclude il curatore, «perché sfida il design dal punto di vista filosofico, pratico ed economico. Serve una nuova cultura che prenda tutti i benefici dell’umanesimo e li metta al servizio delle altre creature viventi».

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