Apre il 10 maggio a Parigi una mostra che racconta la straordinaria carriera dell'archistar inglese
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Far dialogare natura e tecnologia. Progettare il futuro nel rispetto dell’ambiente. Da sempre coerente con questi principi di fondo, pochi mesi fa Norman Foster ha invitato urbanisti, architetti, ingegneri e designer ad aderire ai principi per la progettazione urbana e l’architettura sostenibile e inclusiva contenuti nella Dichiarazione di San Marino. Come dire: ha messo il peso dell’autorevolezza che tutto il mondo gli riconosce al servizio di un’urgenza non più procrastinabile: quella che chiede a tutti di interrogarsi su come progettare un futuro “verde” e sostenibile senza imporre all’architettura di rinunciare alle sue sfide e ai suoi sogni.
88 anni, nato e cresciuto in una famiglia operaia di Manchester, ma assurto con gli anni alle onorificenze più prestigiose (nel 1990 è diventato baronetto, nel 1999 la regina di Inghilterra lo ha proclamato Lord), Foster è ormai l’emblema stesso dell’archistar: a capo di uno studio che conta più di 500 dipendenti, ha costruito in Cina, negli Stati Uniti, in Germania, Spagna, Francia, Singapore, Arabia Saudita, Giappone, Malesia, Hong Kong, Svizzera, Olanda, Inghilterra e Italia. Ha progettato aeroporti e grattacieli, musei e università, ponti e parlamenti. Per non parlare dell’industrial design, con progetti di tavoli, sedie, rubinetti e altri oggetti della vita quotidiana.
A lui, al suo genio visionario e alla sua impressionante prolificità il Centre Pompidou di Parigi dedica ora una mostra (Norman Foster, dal 10 maggio al 7 agosto) che su una superficie di oltre 2200 mq presenta disegni, schizzi, maquettes originali e diorama, oltre a numerosi video che permettono di scoprire e ripercorrere molti dei progetti più importanti dell’architetto. Ma nel percorso espositivo si trovano anche opere di autori come Fernand Léger, Constantin Brancusi, Umberto Boccioni e AI Wei Wei che Foster considera tra le sue fonti di ispirazione.