Un lungo tunnel sotterraneo che collega l’ultima estensione del museo Kunsthaus di Zurigo, due anni appena di vita, disegnato dall’architetto David Chipperfield, con la sede originale del 1910 in stile neoclassico. Quasi una cinghia di trasmissione, un ponte fluido per trasportare visioni. Quelle dei sei finalisti dell’Hublot Prize di quest’anno hanno fatto scalo lì, tra le decorazioni in ottone e quercia e gli eleganti pilastri di pietra dell’edificio di Chipperfield.
Lo studio Trifle di Londra specializzato nel design per disabilità. Tra i finalisti del premio Hublot
«Un approdo naturale per le avanguardie “dell’arte più antica del mondo”, come la definiva Alessandro Mendini, perché da sempre tutto è design», spiega Hans Ulrich Obrist, direttore artistico della Serpentine Gallery di Londra e tra i fondatori del premio, prima di svelare il nome del vincitore. «Una scelta difficile», precisa, che ha consegnato uno dei premi più importanti del design internazionale ad Aqui Thami per il suo impegno di attivista e la pratica multidisciplinare fluida, trait d’union tra arte, graphic design e performance. Trentaquattro anni, Thami è un’artista indigena dell’Himalaya completamente autodidatta.
«La mia famiglia non aveva i mezzi per farmi studiare, quello che ho imparato lo devo alle residenze artistiche che ho potuto frequentare in giro per il mondo», racconta. «A Mumbai ho fondato la Sister Library, la prima biblioteca femminista dell’Asia meridionale: volevo dare un’opportunità ad altre donne come me. Ospitiamo eventi, letture, una scuola d’arte e di vita, tutto è dedicato alla comunità». Pubblicano anche riviste autoprodotte, da leggere nella biblioteca o all’interno delle installazioni che Thami ha realizzato in tutta l’India. Gli 80mila franchi del premio (circa 83mila euro) serviranno a finanziare questa e altre attività. Anche il lavoro di Gabriel Fontana, francese, secondo classificato e vincitore del premio Pierre Keller, ha uno sfondo sociale. Si innesta sullo sport per cui ha creato nuovi giochi, un abbigliamento “non stigmatizzante” adatto a tutti i corpi e le persone per promuovere empatia, di nuovo un senso di comunità e inclusione.
Queer Sports Workshop ad Amsterdam di Gabriel Fontana, finalista all'Hublot Prize
«Quest’anno abbiamo voluto puntare molto sull’impegno, perché il design non è solo l’oggetto, il prodotto», dice Marva Griffin, storica fondatrice del Salone Satellite di Milano e membro della giuria Hublot. «C’è una filosofia dietro al dare forma alle cose, un luogo di intersezione tra contenuti e creatività, non bisogna mai dimenticarla». I candidati del premio vengono selezionati con una call in dei giurati, e tra quelli proposti dalla Griffin, in finale, c’era il Trifle studio di Londra, un gruppo di creativi con disturbi dell’apprendimento: «Li ho conosciuti nel 2020, l’anno del Covid, Disegnare con i disabili era il tema che avevo scelto per il Salone del 2020 (poi annullato per il virus). Oggi sono un’agenzia di successo che realizza interni, illustrazioni, moda. Lavorano per il Guardian, il Victoria and Albert museum, portando avanti una missione».
Block Party di Studio Germane Barnes. Un'istallazione per la comunità West e Sud della città di Chicago
Come Germane Barnes, architetto e artista afroamericano, anche lui tra i finalisti. La sua ricerca si concentra sull’interazione tra architettura e identità, sul ruolo politico e innovativo che possono avere se vengono coniugate. «Prendiamo l’esempio di mia nonna, una delle ultime testimoni della segregazione razziale e della diaspora africana. Inserire i suoi racconti, le tradizioni e le necessità di persone come lei nel design significa produrre integrazione, cambiare la società», spiega Barnes. Come dire che l’Hublot prize ha avuto il suo vincitore, certo, ma con Aqui Thami è stato premiato tutto il social design.