Confesso che ho vissuto una vita a scatti

Il maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin con la sua Leica

Il maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin con la sua Leica

 

A Sassuolo per la mostra “Le linee veloci”, con le immagini che fece per

Marazzi nel ‘77, il grande fotografo racconta l’infanzia, la passione

per la cronaca, la stampa delle foto, l’amata Venezia e i cinema con Sartre

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«Non sono un intellettuale», dice, e no, «neanche un artista». Ecco, per capire Gianni Berengo Gardin bisogna procedere per sottrazione. Scartare parole, soprattutto definizioni. La focale va regolata sulle immagini – col grandangolo però, a riprendere tutto – sono loro a parlare per lui.

Bacio scattato da Berengo Gardin nella ua amata Venezia, in piazza San Marco, nel 1959

Bacio scattato da Berengo Gardin nella ua amata Venezia, in piazza San Marco, nel 1959

 

E penne illustri come Mario Soldati, Giorgio Bassani, Cesare Zavattini, tra i molti che hanno chiosato i suoi scatti nei più di duecentosessanta libri pubblicati dal grande maestro della fotografia italiana. A novantaquattro anni smaglianti, il sorriso leggero di sempre, poche settimane fa ha tenuto a battesimo la mostra Gianni Berengo Gardin. Marazzi, le linee veloci, a cura di Alessandra Mauro, fino al 3 novembre nelle sale del Palazzo ducale di Sassuolo. Una selezione di inediti del corposo lavoro realizzato nel ‘77 per l’azienda di ceramiche, che lo chiamò per documentare la sua nuova, personale, rivoluzione industriale dei processi di cottura.

Uno degli scatti realizzati nel 1977 nello stabilimento Marazzi, in esposizione nelle sale del Palazzo Ducale di Sassuolo

Uno degli scatti realizzati nel 1977 nello stabilimento Marazzi, in esposizione nelle sale del Palazzo Ducale di Sassuolo

 

Uno degli scatti realizzati nel 1977 nello stabilimento Marazzi, in esposizione nelle sale del Palazzo Ducale di Sassuolo

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«Un caso a parte» lo definisce, per l’occasione infatti scelse il colore sbarazzandosi del fedele bianco e nero «perché così le mattonelle non mi dicevano nulla. Non volevo neanche fermarmi al prodotto ma riprendere il lavoro nel suo farsi, sperimentando un approccio più astratto: i colleghi mi accusavano di essere poco concettuale, ma per me la foto racchiude sempre un concetto». E se le linee si rincorrono veloci, e l’occhio si concede istanti di purezze geometriche, Berengo Gardin cattura anche gli operai, non rinuncia all’uomo, tema prediletto e vero “concetto” di tutta la sua produzione artistica, pardon, “artigianale” come preferisce lui. «Stampare è un lavoro da artigiani», racconta, «si fa con le mani. Solo all’inizio, da ragazzo, ho pensato di fare delle foto artistiche. Tentai qualcosa in Svizzera (la mamma era di lì) fotografando i riflessi degli alberi sul lago di Lugano: un vero orrore, roba inutile. Solo anni dopo, sfogliando i libri di Robert Capa, Paul Strand, Eugene Smith, capii che nella fotografia l’importante era la documentazione, l’impegno sul sociale». Qualcosa sul potere delle immagini però lo aveva intuito già bambino, a Roma, negli anni dell’occupazione nazista. C’era l’obbligo di consegnare armi e macchine fotografiche e lui, infischiandosene del divieto, prese la vecchia Rolleiflex a soffietto della madre correndo per la città a inanellare scatti, prima testimonianza visiva della sua carriera, purtroppo perduta. La passione per il reportage invece no, sarebbe rimasta lì, intatta, come il carattere beffardo, da «bastian contrario» dice, che lo accompagna da sempre.

Bacio scattato da Berengo Gardin nella ua amata Venezia, in piazza San Marco, nel 1959

Bacio scattato da Berengo Gardin nella ua amata Venezia, in piazza San Marco, nel 1959

 

Bacio scattato da Berengo Gardin nella ua amata Venezia, in piazza San Marco, nel 1959

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Nella capitale ci era arrivato a neanche dieci anni, la primissima infanzia trascorsa a Santa Margherita Ligure «dove sono nato mi piace dire per caso, perché mi considero veneziano, di carattere e di cuore». Eppure Venezia, città natale del padre, sarebbe diventata “sua” solo nel dopoguerra, dopo un altro trasferimento. Poi sarà la volta di Parigi, dove si avvia il suo romanzo di formazione e incontra Sartre «che non era ancora famoso. Parlavamo di letteratura, andavamo al cinema a vedere i film western che gli piacevano tanto», conosce Robert Doisneau, ritrova Willy Ronis, altro maestro dell’obiettivo e suo mentore. Quindi Milano con Ugo Mulas, Mario Dondero, Uliano Lucas, amicizie nate nel fermento del bar Giamaica, che si intrecceranno con altri nomi, forse più cari, come Ferdinando Scianna, Gabriele Basilico, Sebastião Salgado, perché Berengo Gardin ha un carattere socievole, aperto, vuole imparare dagli altri, ama scattare in compagnia. Il piglio contestatore, da bastian contrario, fa capolino fotografando gli operai nelle fabbriche di automobili, dentro le acciaierie, tra i camalli genovesi: «È così che sono diventato comunista, senza leggere i testi sacri. Nel mio studio ho ancora una bandiera delle manifestazioni sessantottine, e la conservo gelosamente!». In questo filone si innesta il lavoro sui manicomi con Morire di classe, tra i suoi libri più famosi, che realizza a quattro mani con Carla Cerati e che si rivela fondamentale per l’approvazione della legge Basaglia svelando l’orrore degli ospedali psichiatrici. O le immagini sulle grandi navi che trasfigurano Venezia, rimbalzate in tutto il mondo a denunciare, seppure splendide, lo sfregio.

Nei suoi due milioni di scatti c’è anche tanta architettura, da Carlo Scarpa all’amico Renzo Piano, i mille reportage in giro per il mondo, le collaborazioni – poche, comunque importanti – con i giornali «che non mi hanno mai capito e forse è meglio così, perché preferisco fare libri, c’è più spazio per raccontare». Con gli attimi rappresi dalla sua pellicola – «il digitale è troppo freddo, metallico, perfetto, lo odio» –, sempre attenta a intuire il momento giusto, quello più intimo, «significativo», delicata anche mentre denuncia. La sua storia, le sue storie sono assetate di vita, adesso vorrebbe fare un libro sulla civiltà contadina, «la fotografo dagli anni Cinquanta, sa?».

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