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Biancheria da letto ricamata, parte della dote nuziale: è una delle opere artigianali raccontate nel libro (foto Hyunwoo Min) 

Quell’amore speciale che si chiama Jeong

Un’autrice coreana usa l’intraducibile termine che nella sua lingua indica un legame emotivo particolarmente forte per analizzare 175 opere lungo tremila anni di storia del suo paese. E la prima traduzione del volume è in italiano
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Jeong è una parola che non ha equivalenti in italiano. Eppure, è proprio l’italiano la prima lingua in cui è stato tradotto il libro che porta il suo nome. Il volume di Hyo Jung Lee, uscito a marzo per Phaidon, arriva adesso in libreria con L’Ippocampo (Jeong - L’essenza del design coreano, 240 pp, 39,90 euro, dal 4 novembre 2026). «Per ora esistono solo l’edizione inglese e quella italiana ma spero ce ne saranno altre», racconta l’autrice. L’accoglienza è stata ampia: il libro è in vendita tra l’altro al SFMOMA di San Francisco, dove è in corso la mostra sulla collezione d’arte di RM, leader della band coreana BTS, e al British Museum, che fino al 31 gennaio 2027 dedica una mostra proprio al Paese del calmo mattino, «ho ricevuto messaggi da tantissime persone in tutto il mondo, anche dall’Australia», aggiunge. «Sono davvero entusiasta, perché so che l’Italia è un Paese che apprezza moltissimo l’artigianato, e ora i lettori potranno avvicinarsi alla nostra cultura più facilmente, nella loro lingua. Sono sinceramente grata a L’Ippocampo per l’attenzione e l’affetto che ha dedicato al libro». Riproponiamo l’intervista che Hyo Jung Lee ci aveva concesso per il numero di marzo del nostro mensile Design, al lancio del libro.

Ogni lingua racchiude vocaboli intraducibili: sfumature di significato tanto profonde che è impossibile trasferirle pienamente in un altro idioma. Il concetto coreano di jeong è uno di questi. L’essenza del termine si avvicina a un legame emotivo che va oltre l’amore e oggi la graphic designer Hyo Jung Lee dimostra che può diventare anche una lente critica attraverso cui osservare il design. Lo spiega nel libro Jeong (Phaidon, 224 pagine, 59,95 euro - in inglese), un testo prezioso perché è anche il primo che esplora ampiamente la cultura del progetto di questo popolo analizzando 175 opere che attraversano un arco temporale di ben tremila anni.

Il salvadanaio a forma di maialino, oggetto anonimo e popolarissimo in Corea, è tra i pezzi che hanno ispirato all’autrice l’idea del libro (foto Hyunwoo Min) 

Quando si è resa conto che l’espressione jeong poteva funzionare anche come categoria progettuale? «Mentre stavo scegliendo oggetti ordinari, come guanti rossi di gomma o un salvadanaio», risponde l’autrice che ha potuto contare sulla collaborazione del designer Teo Yang, della curatrice Beth McKillop e dalla studiosa J. Kathryn Hong i cui interessanti saggi hanno contribuito a valorizzare il volume. «Ho selezionato proprio quei pezzi per il mio rapporto personale con essi, perché provavo jeong nei loro confronti. Questa parola esprime un senso di attaccamento e affetto che si può provare verso una cosa, un luogo, una persona o persino un’esperienza. E ho capito che esiste sia in prodotti tradizionali che contemporanei». Ma come si manifesta concretamente il jeong? «Esiste grazie al tempo e alla cura. Ne è un esempio il jagaejang, un mobile con intarsi in madreperla, modelli unici realizzati con sottili lamelle di conchiglia tagliate a mano e inserite nel legno laccato. Quando ero piccola si trovavano spesso nelle case delle nonne, perché venivano dati come honsu (dote) alla sposa, diventando così cimeli di famiglia. Vederli mi riporta alla memoria dei ricordi: l’odore di quando aprivo l’anta, i suoi vestiti appesi. Lo terrei a casa mia non perché rispecchia particolarmente il mio gusto ma per il jeong che provo verso di esso. È un esempio di artigianato estremamente elaborato, ma improvvisamente diventa qualcosa di più di un mobile ben realizzato o ben progettato».

Dalla dinastia Joseon, un hangari di Haeju: vaso da conservazione in ceramica dipinta, tra i pezzi del capitolo dedicato alla conservazione (foto Hyunwoo Min) 

I pezzi raccolti rivelano quindi la profonda connessione tra creatore, oggetto e proprietario e include opere di designer rinomati e articoli di uso quotidiano suddivisi per funzioni con capitoli che spaziano dal mangiare e bere alla gestione della casa, dal rilassarsi alla decorazione passando per il gioco, il vestirsi, i rituali e la conservazione. Il libro stesso è un invito a toccare con mano questo spirito grazie a una raffinata custodia in carta ruvida e a una rilegatura cucita su misura.

Tra i pezzi contemporanei, la scrivania di Chanhyeok Kim, che reinterpreta il soban, il tradizionale tavolino coreano (foto Arumjigi Foundation, © Guru Visual) 

E mentre la cultura coreana acquista sempre più importanza globale, il design aiuta a comprenderla grazie ai giovani progettisti che si rivolgono al passato esaltandone i valori: «collaborano con i jangin, maestri artigiani, creando oggetti con tecniche tradizionali. Non guardano più solo fuori: riscoprono il patrimonio culturale con nuova fiducia, reinterpretandolo e rendendendolo più accessibile». Il libro porta a una consapevolezza precisa: jeong è coreano «ma il sentimento è universale», sottolinea Lee. E conferma che il design non crea solo forme ma coltiva legami.

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