"Ultime cene", la leggenda continua a Milano

Da Warhol a Spoerri al Credito Valtellinese le rivisitazioni del capolavoro leonardesco

2 minuti di lettura
La storia è ben nota. Ma, come sempre accade ai grandi eventi, la sua narrazione si può sempre arricchire di aneddoti, frammenti, dettagli e reinterpretazioni gustose. È ciò che affiora nella mostra " The Last Supper Recall", alla Galleria Credito Valtellinese da domani, a cura di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio. Celebra un episodio arcinoto della mitologia milanese recente, che ha messo per qualche istante la città al centro dell’arte contemporanea internazionale. Era la fine degli anni Ottanta, il 1987 per l’esattezza, e Andy Warhol consumava qui il suo ultimo ideale banchetto, tra la mostra alle Stelline, le feste da Madame Krizia e le notti al Plastic.

Tutto appare, a posteriori, come un’ultima cena, frugale e sontuosa, allo stesso tempo beffa macabra del destino inflitta a un uomo stanco. Lo suggerisce senza giri di parole, nella presentazione della mostra, anche Flavio Caroli, testimone in prima persona delle mondanità scintillanti e dei risvolti esistenziali di quell’occasione. « Durante la cena, la parrucca argentata andò fuori posto » , ricorda Caroli. « A un certo punto ( non dovrei dirlo, ma lo dico, e prego di credermi), a me parve di vedere, dietro alla pelle rossiccia, il teschio sottostante. Quel giorno pensai che sull’avventura umana di un uomo così singolare la morte aleggiava, non c’era dubbio. Aspettava solo di posarsi » . E un mese dopo, a seguito di complicanze a una banale operazione, il 22 febbraio si posava su di lui. A poco più di tre decenni di distanza da quell’episodio, il Credito Valtellinese rilegge l’occasione tornando a esporre l’opera rimasta in collezione come lascito, un acrilico su serigrafia un metro per un metro ( parte di una serie di 13).

Vista dal pubblico in modo sporadico, assume la forma di un’ultima apparizione premonitrice del vampiresco Warhol. Il re del consumismo elevato ad arte, presentava la riproduzione del capolavoro vinciano, ma qui allestito in forma site specific, a pochi passi dall’originale. Le foto dell’inaugurazione, scattate da Maria Mulas, sfilano tra altri documenti. Warhol ci appare scavato. Indossa un chiodo e una felpa con cappuccio. Lo vediamo ritratto accanto ai due teleri di sei metri per due, declinazioni camouflage e technicolor dell’originale vinciano. Warhol era stato ingaggiato da un altro grande protagonista di quegli anni, a cui è dedicato un affondo in mostra, Alexander Iolas, il suo mercante di sempre, morto nel marzo del 1987, un mese dopo il suo pupillo. Primo gallerista globale con sei sedi al mondo che aveva scelto, tra le sue città del cuore e dell’arte, Milano. Dalla metà degli anni Sessanta, infatti, apriva qui una galleria per il suo amore verso la cultura italiana ( oggi gli è dedicato anche un omaggio da Francesco Vezzoli alla Galleria Tommaso Calabro).

Talent scout dal fiuto eccezionale, mostrò per primo Warhol, ancora giovane illustratore di Pittsburgh, nel 1952. Trentacinque anni dopo, investito del ruolo di direttore artistico di questo spazio nascente, Iolas, che aveva accanto un giovane consulente come Philippe Daverio, si rivolgeva a Warhol e lo invitava a una riflessione sull’Ultima Cena.
Da lì in poi la mostra spazia e divaga liberamente attraverso altre ultime cene, tutte ospitate da allora al Credito Valtellinese. Le racconta attraverso documenti, disegni e bozzetti. Sono disposti in una decina di teche, accanto alle opere. Incontriamo Daniel Spoerri, Martial Raysse, Damien Hirst, ma anche autori italiani come Filippo Avalle e Bruno Bordoli, artisti nella scuderia della galleria di Paolo Baldacci e Daverio, allora ancora giovane mercante.