Il Venerdì

Selma Selman, quando l’arte riscrive il destino

l’artista, 35 anni: è nata a Bihać, in Bosnia, da una famiglia di commercianti di rottami. Nuša Hernavs
l’artista, 35 anni: è nata a Bihać, in Bosnia, da una famiglia di commercianti di rottami. Nuša Hernavs 

Bosniaca di origine rom, porta in mostra a Bergamo la sua storia di libertà e trasformazione: «Sono la donna più pericolosa del mondo». Intervista

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Selma Selman ha imparato presto che le cose non valgono quello che sembrano. Una lamiera arrugginita può diventare un dipinto, una Mercedes uno statement. Persino un destino già scritto può essere riscritto. Nata nel 1991 a Bihać, in Bosnia, durante la guerra, cresciuta in una famiglia rom di commercianti di rottami, Selman ha fatto della trasformazione una forma di sopravvivenza. E di libertà. «Artista di origine rom», precisa, non «artista rom»: ama le proprie radici ma detesta le gabbie, soprattutto quelle costruite con le migliori intenzioni. Oggi dipinge, filma, distrugge automobili, parla di denaro, razzismo, desiderio, famiglia e paura, e si definisce «la donna più pericolosa del mondo». Il suo gesto più pericoloso è forse un altro: non lasciare che siano gli altri a raccontarla. Dal 1° ottobre al 24 gennaio 2027 la GAMeC di Bergamo le dedica 1000 Tears, la sua prima personale in un’istituzione italiana. Una mostra che parte da una vecchia fotografia di famiglia e arriva a una domanda molto presente: cosa facciamo di quello che ci è successo?

Il punto di partenza di 1000 Tears è uno scatto realizzato durante la guerra in Bosnia, che la ritrae bambina con la sua famiglia. Trent’anni dopo è tornata a incontrare le persone di quell’immagine. Che cosa ha scoperto che allora non poteva vedere? «Da giovane non pensavo molto al mondo e alla sua sofferenza. Crescendo sono diventata più consapevole della realtà e ho sentito il bisogno di guardare oltre quella fotografia, in senso letterale ma anche poetico. Sul retro c’è scritto “1993”: avevo circa due anni. A volte servono anni per comprendere il coraggio di chi vive un conflitto. Quando ho ritrovato quello scatto e l’ho guardato davvero, mi ha fatto pensare alla Ronda di notte di Rembrandt. Quelle erano le persone che proteggevano il nostro villaggio: i bambini e le donne. 1000 Tears parla di sopravvivenza. Sopravvivere a un conflitto, superare gli ostacoli, guarire e continuare a trovare una via d’uscita. È questo che chiamo speranza».

Il titolo 1000 Tears promette dolore e lacrime, ma lei non sembra interessata a interpretare il ruolo della vittima. È stanca che a un’artista bosniaca, donna e di origine rom venga chiesto soprattutto di raccontare il proprio trauma? «In realtà non prometto nulla. Forse questo può essere uno spazio per interrogarci sulla nostra capacità di pensare il mondo di oggi e su come ci stia trasformando, soprattutto pensando alle generazioni che verranno. La mia arte non è mai una cosa sola, non è bianco o nero. Da tempo mi interessano il significato dei sogni e le forme che assumono. Nell’interpretazione dei sogni, le lacrime significano che sarai felice; le pistole che stanno arrivando buone notizie. È questa trasformazione che mi affascina: vedere qualcosa di negativo assumere una forma positiva, almeno dentro un sogno, ha per me qualcosa di bellissimo».

A diciassette anni vendeva già i suoi dipinti e contribuiva a mantenere la famiglia; oggi espone nei grandi musei. Ricorda la prima cosa che ha comprato con i soldi guadagnati con la sua arte? «Il mio primo dipinto fu acquistato dalla mia insegnante per quaranta marchi bosniaci. Li usai per comprare degli assorbenti interni».

Da Bihać agli Stati Uniti, fino al sistema internazionale dell’arte. Eppure, nonostante il successo, quando torna a casa continua a essere percepita come “l’Altra”. Si può appartenere davvero a più luoghi? «Ho sempre avuto la sensazione di appartenere a molti posti e non sono abbastanza patriottica da sentirmi orgogliosa soltanto del luogo da cui provengo. Lo rispetto e lo amo, ma ho amato anche le altre città in cui ho vissuto. Sono sempre stata in una specie di limbo. All’inizio pensavo fosse qualcosa di negativo, forse il risultato di una decisione sbagliata. Oggi invece penso che chi vive nel limbo sia tra le persone più coraggiose. Non sei costretto ad accettare una sola realtà: hai il privilegio di poter scegliere. L’inizio è duro, ma poi può diventare bellissimo».

Ha vissuto negli Stati Uniti. L’America di Trump ha riportato immigrazione, confini e appartenenza al centro del dibattito politico. Riconosce ancora il Paese in cui arrivò da studentessa o vede un’America diversa? «La vera domanda è: quando mai l’America è stata diversa?».

Anche in Europa la destra radicale ha costruito parte del proprio consenso su immigrazione, sicurezza e identità nazionale. Cosa prova quando la politica trasforma l’appartenenza in uno strumento per decidere chi può stare dentro e chi deve restare fuori? «Credo che il mondo stia attraversando di nuovo una crisi enorme. Oggi ne siamo più consapevoli e forse per questo viviamo con maggiore paura. Siamo continuamente di fronte a notizie di violenza e odio. In un certo senso gli esseri umani sono diventati prigionieri di una loro stessa creazione: la guerra. Trovo terrificante vivere così. Non avrei mai immaginato di trascorrere gli anni migliori della mia vita in un’epoca di collasso. Ho paura di un mondo in cui gli amici finiranno per odiare gli amici, nessuno dividerà più il proprio pane e le armi diventeranno parte della vita quotidiana. Ma credo ci sia ancora speranza».

Lei è nata durante la guerra in Bosnia. Trent’anni dopo, armi, riarmo e conflitti sono tornati nel discorso quotidiano in Europa. La colpisce la facilità con cui abbiamo ricominciato a considerare la guerra una possibilità reale? «Non penso proprio che le persone vogliano davvero abituarsi alla guerra. Ma gli esseri umani sono capaci di abituarsi praticamente a tutto. Questo non mi sorprende. Mi rende triste».

Il mondo dell’arte ama descriversi come progressista, inclusivo e cosmopolita. Eppure resta dominato dal denaro, dai grandi collezionisti e dalle istituzioni occidentali. Quanto è davvero più aperto della società che sostiene di criticare? «Non credo che il mondo dell’arte sia aperto quanto ama immaginare di essere. Rimane un’industria, e il denaro e il potere contano. Ma non credo che questo renda l’arte meno capace di essere radicale».

Le piace definirsi «l’artista più pericolosa del mondo». In che senso si considera pericolosa? «In ogni modo immaginabile».

Sul Venerdì del 25 settembre 2026

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