"Quanto al mio tweet, dileggiato da Lagioia, insieme con il suo autore, tre illustri linguisti, fra cui il presidente onorario della Crusca, lo hanno considerato rispettoso delle regole grammaticali e dunque “affatto sgrammaticato”. Il loro parere è ampiamente documentato sulla rete". Firmato: Ministro Giuseppe Valditara.
Così si conclude la lettera che il ministro della scuola ha inviato in settimana a Repubblica per contestare un articolo di Concita De Gregorio. Si sa che per ragioni di sintassi di un tweet e di tutela contro l'insulto il ministro ha denunciato lo scrittore Nicola Lagioia, considerandolo reo di dileggio. Ben tre linguisti della Crusca, tra cui un presidente onorario, avrebbero dato ragione al ministro. Questo in merito alla correttezza el vecchio tweet. Ma in merito a questa stessa lettera come la penseranno? Vista l'interessante funzione di verifica della grammaticalità ministeriale appena assunta da alcuni eminenti cruscanti andrà sottoposta loro la forma con cui il ministro riferisce che il suo testo è stato considerato "affatto sgrammaticato".
Non potendosi il ministro considerare un geniale esponente della letteratura dadaista-situazionista c'è da concludere che per "affatto" intendesse "per niente", cioè, in italiano, "nient'affatto". Purtroppo "affatto" vuole ancora dire "del tutto", malgrado da molti anni si sia notato come numerosi parlanti la nostra lingua lo considerino come negazione, in senso assoluto, e i vocabolari abbiano ormai finito per registrare il malvezzo come uso "colloquiale": "Ti piacciono le melanzane, i ministri, i libri di Lagioia?" "Affatto!". Del tutto o per niente? Non si può più sapere. Ecco dunque che la Crusca dovrebbe intervenire, con il garbo istituzionale dovuto al ministro e la prudenza dovuta alla di lui facilità di querela, su un uso che a un osservatore spassionato appare perlomeno discutibile. Affatto per i vocabolari vuol dire "del tutto", colloquialmente e per il ministro vuol dire "per niente".
Come ne usciamo? Sigmund Freud a un certo punto venne a sapere con entusiasmo che la linguistica araba ammetteva la categoria degli ad'dad: parole capaci di significare una cosa e il suo contrario. Era possibile, secondo alcuni, classificare così parole come il latino "altus" che come l'italiano "alto" significa "alto" per i monti e "profondo" per i mari, o "sacer", che può essere "sacro" e "maledetto". Era un'illusione, come spiegò poi un linguista (senza nulla togliere alla Crusca) eminentissimo, Émile Benveniste. Ah, la semantica, la semantica! Ne sono appassionati i dilettanti, nessuno ne è veramente specialista, ci si ingarbuglia a ogni momento.
L'esultanza del padre della psicoanalisi era dovuta al fatto che l'esistenza di parole come gli ad'dad avrebbe corroborato la sua teoria dell'inconscio come sede delle contraddizioni, e avrebbe dato corpo lessicale al funzionamento del "diniego" o "denegazione" ora detta freudiana. Si tratta di quel meccanismo per cui il paziente steso sul lettino dice "ho sognato una strana donna che non era mia madre" e l'analista annota sul proprio taccuino: "ha sognato la madre". Lo stato della lingua italiana, strapazzata da parlanti a orecchio a tutti i livelli, ha prodotto un id'did (singolare di ad'dad) coi fiocchi: "affatto" che vuole dire tutto e il contrario di tutto, cioè ha proprio come significato "tutto" (in italiano codificato) e "niente" (nell'uso comune e ora ministeriale).
Quindi "affatto sgrammaticato" cosa mai potrà significare? Come lo dobbiamo intendere dal punto di vista non soltanto letterario, politico e giudiziario, ma ormai anche psicologico? Quando quasi trent'anni fa Romano Prodi si candidò per la prima volta dichiarò, memorabilmente: "l'Italia ha bisogno di affetto". Quel che riscontriamo è che ora l'italiano ha carenza di affatto.
Questa è Lapsus del 22 dicembre, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento