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Grande, vecchio

Carlo Fruttero 

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“Lucidissimo” diceva con ironia di sé visto dagli altri Carlo Fruttero. Perché certe parole sono diventate tabu. E non si usano se non in riferimento a sé stessi, per sollecitare le proteste degli altri
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«Io me li vedo». Lo diceva Carlo Fruttero, in un’attitudine ironica un po’ da grande vecchio, chiacchierando da Fabio Fazio: «me li vedo quelli che parlano di me e dicono: - Ho incontrato Fruttero, ieri. - Ah, come l’hai trovato?. - Lucidissimo!». Nel recitare questo dialogo, Fruttero agitava la mano, in orizzontale, in quella specie di punto esclamativo gestuale che si fa per trasmettere e garantire agli altri il proprio stupore. Tutti allora ridevano. Eh certo che si ride.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Addio a Carlo Fruttero il cantore della torinesità]]

In una simile circostanza «Lucidissimo!» significa che, quando l’età è tanto avanzata, non essere rimbambiti fa notizia. “Età avanzata” significa: essere vecchi. Peccato che la parola "vecchio” nel frattempo è diventata un tabu: non si dice o si dice in esclusivo riferimento a sé stessi, allo scopo di sollecitare le proteste degli astanti: ma va’, sei un giovincello.

Così nei circoli del tennis uomini calvi e barbuti si da…

«Io me li vedo». Lo diceva Carlo Fruttero, in un’attitudine ironica un po’ da grande vecchio, chiacchierando da Fabio Fazio: «me li vedo quelli che parlano di me e dicono: - Ho incontrato Fruttero, ieri. - Ah, come l’hai trovato?. - Lucidissimo!». Nel recitare questo dialogo, Fruttero agitava la mano, in orizzontale, in quella specie di punto esclamativo gestuale che si fa per trasmettere e garantire agli altri il proprio stupore. Tutti allora ridevano. Eh certo che si ride.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Addio a Carlo Fruttero il cantore della torinesità]]

In una simile circostanza «Lucidissimo!» significa che, quando l’età è tanto avanzata, non essere rimbambiti fa notizia. “Età avanzata” significa: essere vecchi. Peccato che la parola "vecchio” nel frattempo è diventata un tabu: non si dice o si dice in esclusivo riferimento a sé stessi, allo scopo di sollecitare le proteste degli astanti: ma va’, sei un giovincello.

Così nei circoli del tennis uomini calvi e barbuti si danno l’un l’altro dello sbarbato. Anche “anziano” che è il vecchio eufemismo per “vecchio” funziona ormai sino a un certo punto e va usato con grande prudenza. Nessuno è mai vecchio, almeno sino a che è presente a sé stesso: «Ah, no, non era vecchio. Aveva appena ottant’anni. Era relativamente giovane».

Lo ripetiamo senza alcuna ironia: segno che per noi ormai la vecchiaia è stata cancellata dal novero delle generazioni ed è una categoria riservata alla sola degenerazione. Finché si è presenti a sé stessi si è giovani: magari giovani con acciacchi, ma giovani, ancora giovani per morire. Si è nella propria vita naturale, la vita che genera sé e che si può rigenerare, anche grazie agli sbalorditivi ritrovati della medicina e della tecnica che tamponano gli effetti dell’età su un individuo e gli evitano, sino a che è possibile, di degenerare.

Al posto di "vecchio” si dice “grande”. «Tu sei più grande di me»: il modo di dire è chiaramente infantile o al massimo adolescenziale. Il rilievo dimensionale può infatti avere senso soltanto durante l’età della crescita. Per l’uso che invece ne facciamo oggi se un certo ministro volesse confrontare la sua età con quella di un personaggio televisivo potrebbe saltar fuori che Piero Chiambretti debba rivelare di essere più grande di Guido Crosetto, nato sette anni dopo di lui. Ma una tale ridicola circostanza non è soltanto il frutto di un’analogia mal combinata fra età e “grandezza”.

Fumata

È al contrario effetto di un fenomeno ben più vasto, quello cui il saggista Francesco Cataluccio ha dedicato un libro già vent’anni fa: Immaturità. La malattia del nostro tempo con ampio dispiegamento di credenziali bibliografiche, esteso e aggiornato nella seconda edizione di dieci anni successiva (Einaudi, 2004, 2014). L’ipotesi da fare è insomma che vediamo il mondo da un punto di vista costantemente immaturo, a dispetto degli anni e dell’esperienza. Preoccupati come siamo di non perdere la freschezza e la curiosità dell’età immatura, non badiamo al problema di conservare la coglioneria.

A tanto ci inducono anche le tecnologie. Nel Novecento ci si dotava di apparecchiature al cui uso ci si addestrava in poco tempo. Avevano un numero finito di funzioni e di comandi, avevano libretti di istruzioni. La dotazione più complessa era l’automobile ma anche gli automobilisti meno svegli si impadronivano di un modello nuovo in tempi relativamente limitati. Adesso chiunque usa quotidianamente uno smartphone e spesso anche un tablet o un laptop, dispositivi che contengono quegli altri dispositivi che sono software e app. I primi hanno una quantità imprecisabile di funzioni e inoltre vanno cambiati in capo a qualche anno; i secondi hanno aggiornamenti automatici frequentissimi che richiedono di impratichirsi di nuovo, ciò che ci tiene in un costante stato di immatura minorità. Certo, perché ad avere guadagnato una vita biologica sono loro, gli apparecchi: non sono più ultimi modelli di un prodotto, sono dispositivi di “nuova generazione”. Macchine sempre più esperte per esseri umani sempre più inesperti: per quanto grandi si dicano.

Questa è Lapsus del 25 maggio 2025, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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