Curiosa, volitiva, appassionata. Entrata nell'azienda di famiglia nel 2003 e ceo di Living Divani dal 2020, Carola Bestetti è una donna dal polso gentile e dal sorriso che sa anche dire no. Con lei il brand è cresciuto del 57% dal 2020 al 2022 – con un fatturato chiuso a oltre 30 milioni di euro nell'ultimo anno – e il polo di Anzano del Parco ampliato negli anni con progressive acquisizioni. Un mix di spirito imprenditoriale e intuito, anche con i talenti: la ricerca di nuove suggestioni ha fatto sempre parte del suo modo di vedere questo lavoro: "Possiamo dire di essere molto contenti. La pandemia ha portato a un'impennata della produzione talmente ripida e in così poco tempo, che era ovvia una ricaduta, ma io credo che questo periodo finirà con lo stabilizzarsi su una consapevolezza più elevata. Le persone hanno compreso che è importante circondarsi di oggetti che amano, che rispondono al proprio gusto del bello, ma soprattutto che siano fatti bene, con cura e qualità".
Lei appartiene alla seconda generazione alla guida dell'azienda. Qual è il dialogo con i tuoi genitori, Luigi Bestetti e Renata Pozzoli, fondatori di Living Divani nel 1969?
"I miei genitori sono cresciuti nel Dopoguerra. Appartengono alla generazione che puntava tutto sul fare, sulla fabbrica, la costruzione del prodotto e la vendita. Lavoro e lavoro, insomma, e se si aveva un attimo libero, ancora lavoro. Questa era la logica. Con loro parlo, mi confronto, ascolto ciò che mi dicono anche se mi rendo conto che il divario, tracciato da anni densi di trasformazioni e mutamenti, è grande. Hanno ancora un'enorme passione – dico sempre che l'azienda è il loro primo figlio, che non li contraddice mai! – e quando hai quel fuoco, la voglia di proseguire rimane. Io porto lo stesso rispetto per questo lavoro e amore per il disegno che avevano i miei. Le sfide presenti ci portano oggi a essere cauti e attenti nei confronti del mercato e di un'economia spesso viziata dai dettami della finanza; è necessario essere scrupolosi sul tema della sostenibilità – fondamentale e impegnativo per tutta la filiera – e delle esigenze del consumatore, che ha tempi di acquisto molto più dilatati rispetto a qualche anno fa. Bisogna anche fare i conti con una certa bulimia di produzione: l'esigenza di dover annualmente presentare delle novità deve far riflettere sulla velocità di consumo delle collezioni. C’è da dire però che ogni periodo di trasformazione porta con sé molte possibilità. Bisogna saper individuarle e coglierle e noi siamo pronti a farlo".
Un oggetto di design cui è legata?
"La poltrona Frog, disegnata da Piero Lissoni quando avevo 15 anni. Mi aveva colpita per la sua forma bizzarra, snodata e organica. In gioventù direi sicuramente l'iPod. Ricordo che lo acquistai con il primo premio in denaro ricevuto quando vivevo e lavoravo negli States. Adoravo tenerlo in mano: era piccolo, compatto e perfetto in quelle forme pulite. Dicevo: 'questo è davvero un bell’oggetto'".
Living Divani e Piero Lissoni. Cosa ancora non è stato detto?
"Piero ha dato forma all'idea di azienda che avevano i miei genitori e l'ha portata a diventare ciò che è oggi. Era il 1985 o 86 e lui, trentenne, si candidò a lavorare qui. Ai tempi i miei collaboravano con successo con il CentroKappa di Valerio Castelli, che gestiva la comunicazione e l'immagine, e respinsero la candidatura. Così l'anno successivo, Lissoni iniziò a lavorare per Boffi. Successe che il consulente commerciale che avevano ai tempi i miei genitori, visti alcuni dei suoi lavori, gli aveva parlato di nuovo di lui. Voilà, lo richiamarono e da lì è partito il loro lungo rapporto. Mi raccontavano che nei primi tempi, insieme alla sua socia Nicoletta Canesi, andava nel reparto produttivo a dipingere durante i weekend i grandi quadri che dovevano allestire gli stand. Io ho conosciuto Piero proprio in quel periodo, avevo nove anni. Per me è come un fratello; il nostro rapporto è famigliare, vitale, divertente, libero, fatto di amore ma anche odio. Quando sono entrata in azienda ho portato scompiglio anche nel rapporto con lui; ho iniziato a mettere in discussione alcuni aspetti, a dire qualche no, perché credo nel potere del confronto".
La ricerca di talenti, suggestioni e idee ha fatto sempre parte del suo modo vivace e stimolante di vedere questo lavoro. Qual è il rapporto tra imprenditore e designer?
"Teniamo molto al rapporto umano, è una caratteristica fondante di questa impresa. Mi piace lavorare con i giovani e fare scouting. Serve per portare freschezza alla collezione e rafforzarne la coerenza. Ma è altrettanto importante che i designer si riconoscano in quell'idea di 'eleganza silenziosa' che ne permea forme e proporzioni".
Come viene sviluppato un prodotto? Lavorate dando un brief?
"Lascio che le persone vengano in fabbrica, osservino da vicino come produciamo i nostri imbottiti, analizzino gli arredi e individuino le tipologie mancanti. Non do brief perché non lasciano lavorare al massimo la creatività. Mi piace ricevere proposte originali, inaspettate, perché credo possano dare valore a tutta la collezione. Posso dire la verità? Un divano è un divano, un tavolo è un tavolo, e così una sedia. Se molti progetti si assomigliano per noi addetti ai lavori, immaginiamo quanto appaiano simili agli occhi del consumatore. Quindi elementi di rottura aiutano a dare nuovo vigore anche a ciò che esiste e che rappresenta l'immagine più coerente del brand. Poi non è detto che tutti gli esperimenti abbiano successo. Il detto di Piero è: 'le strade della caldaia sono infinite', perché quando un'idea non gli piace dice che è meglio buttarla in caldaia! Questo perché noi abbiamo la caldaia vicino alla stanza prototipi ed è proprio attraverso il prototipo che sviluppiamo i disegni fin dall'inizio, per capire se il progetto può avere una concretezza e una vita in futuro. Quando con Piero abbiamo fatto il divano Sumo Ienticolare, nel 2020, mi sono divertita tantissimo. La gente si stupisce ancora quando lo guarda, 'è rotto!', dice. Ecco, l'inaspettato. Non dovremmo mai perdere quella curiosità, la capacità di stupirsi e meravigliarsi davanti alle cose".
Quanto esportate?
"Pre-covid eravamo sull'87%. Siamo sempre stati molto proiettati all'estero. L'Europa rimane il mercato più maturo e incidente, guidato dalla Germania e seguito dalla Francia, che è cresciuta negli ultimi anni, Belgio, Olanda, Spagna e Portogallo. Con la pandemia è cresciuto molto il mercato interno, quindi siamo a un 80% di esportazione più o meno, e 20-22% mercato interno".
Quali sono le novità del Salone del Mobile 2023?
"Quest'anno il nuovo nome è Giacomo Moor. Un designer-artigiano eccellente. Mi piace quello che fa, il suo modo di pensare i materiali ed è bello vederlo lavorare nella sua falegnameria nel centro di Milano. Realizza un nuovo mobile contenitore: un prodotto che non avevamo ancora in collezione. Tra le altre novità, completiamo la linea Sumo di Piero Lissoni con un letto pensato per consentire la lettura grazie a una testata comoda e introduciamo un divano nella famiglia di poltrone Clan, del 2022. Di David Lopez Quincoces proponiamo la seduta Ark e ripresentiamo il tavolo Graft completamente rivisto nel metodo costruttivo, con un sandwich di carbonio e foam che ne aumenta la resistenza. E ancora di Marco Lavit, di cui avevamo lanciato nel 2021 la sedia Lemni: ci sarà un nuovo specchio accessoriato, Paradigma".