Nei licei e negli istituti superiori si tornerà in classe, almeno parzialmente, dopo l’Epifania. Nelle aziende che hanno retto all’urto della crisi, si fa il possibile per rimanere in piedi e gli ingressi negli stabilimenti sono regolati da protocolli sanitari ferrei. Condizioni che hanno reso l’alternanza scuola-lavoro, anello di congiunzione tra il mondo dell’istruzione e l’imprenditoria, una delle prime vittime della pandemia. Un effetto collaterale che rischia in futuro di rendere ancor più difficoltoso l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. “Oltre al congelamento delle attività in presenza – spiega Mauro Borsarini, presidente di AlmaDiploma e preside dell’Istituto di istruzione superiore “Archimede” di San Giovanni in Persiceto – è complicato anche fotografare la situazione attuale e recuperare i dati sul tasso di occupazione tra i ragazzi perché molte imprese hanno problemi ben più grandi a cui pensare, a partire dalla gestione del personale. Stiamo pian piano riallacciando i rapporti con gli enti che interagiscono con gli studenti attraverso le piattaforme online, come istituti di credito e associazioni culturali. Ma manca il contatto diretto col mondo aziendale classico”.
Un primissimo bilancio sulle conseguenze dell’emergenza Coronavirus, attraverso un’indagine condotta su un campione però ristretto, lo ha tirato AlmaLaurea. La percentuale di occupati è diminuita sia tra i laureati tra gennaio e giugno del 2019 (46mila intervistati tra marzo e giugno 2020), sia tra chi la corona d’alloro l’ha conquistata cinque anni fa, tra gennaio e giugno 2015 (19mila intervistati, sempre durante la prima ondata). Il tasso di occupazione, rispetto alla rilevazione condotta nel 2019, è sceso per i neolaureati del 9 per cento, mentre per chi è diventato dottore nel 2015 la discesa si è fermata al -1,6 per cento.
Le difficoltà dovute alla pandemia incideranno su una curva che, fino all’anno scorso, lasciava ben sperare. A un anno dal termine degli studi, infatti, il 18,9 per cento dei diplomati del 2018 è stato richiamato almeno una volta dall’azienda in cui aveva svolto l’ex alternanza scuola-lavoro (oggi percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento). Il 32 per cento, al momento dell’indagine, lavora nell’impresa in cui aveva fatto esperienza da studente. Si tratta per la maggior parte di contratti non stabili: solo il 16 per cento è assunto a tempo indeterminato. Percentuale che cresce fino al 31,7 per cento tra chi aveva sostenuto l’esame di Stato nel 2016. I picchi di occupazione riguardano gli studenti usciti dagli istituti tecnici e professionali. In tutto i diplomati che lavorano dopo un anno sono il 35,8 per cento: il 20,3 per cento lo fa a tempo pieno, il 15,5 parallelamente alla carriera universitaria. Totale degli occupati che sale al 46 per cento dopo tre anni. Tra chi lavora full-time la retribuzione media è di 1.125 euro al mese dopo dodici mesi. Stipendio che lievita fino a una media di 1.262 dopo trentasei mesi.
Senza dubbio la spinta che la pandemia ha impresso all’utilizzo della tecnologia aprirà nuovi scenari, come già sta avvenendo con le piattaforme di e-learning, dove si tengono con regolarità anche simulazioni di laboratorio. L’obiettivo resta però non disperdere i benefici tratti finora dall’alternanza scuola-lavoro. “Eravamo arrivati a risultati migliorabili, ma soddisfacenti. Quando torneremo alla normalità – prosegue Borsarini – dovremo rafforzare due concetti su cui stavamo già lavorando: la fidelizzazione tra scuole e aziende del territorio e il finanziamento dei corsi di formazione post diploma. Sia le imprese che le associazioni di categoria sono in genere disponibili ad accogliere gli studenti e costruire con loro percorsi pluriennali strutturati. E con loro è importante mettere a punto i programmi dei corsi post diploma per tararli in base alle esigenze specifiche del lavoro che i ragazzi andranno a fare”.
La sfida più grande, però, è impedire alla crisi economica di ridurre l’accesso dei neodiplomati all’università. I rapporti di AlmaDiploma e AlmaLaurea certificano che la maggior parte degli studenti universitari sono ex liceali che hanno alle spalle una famiglia benestante o con un reddito medio. “In Italia l’ascensore sociale – conclude Borsarini – è bloccato e la crisi derivata dalla pandemia di certo non aiuta. Il compito più difficile per la scuola, nei prossimi anni, sarà garantire anche al ragazzo che proviene dalla più disagiata delle condizioni di esprimere tutto il proprio talento e di giocarsi le proprie carte al pari di tutti gli altri”.
Un primissimo bilancio sulle conseguenze dell’emergenza Coronavirus, attraverso un’indagine condotta su un campione però ristretto, lo ha tirato AlmaLaurea. La percentuale di occupati è diminuita sia tra i laureati tra gennaio e giugno del 2019 (46mila intervistati tra marzo e giugno 2020), sia tra chi la corona d’alloro l’ha conquistata cinque anni fa, tra gennaio e giugno 2015 (19mila intervistati, sempre durante la prima ondata). Il tasso di occupazione, rispetto alla rilevazione condotta nel 2019, è sceso per i neolaureati del 9 per cento, mentre per chi è diventato dottore nel 2015 la discesa si è fermata al -1,6 per cento.
Le difficoltà dovute alla pandemia incideranno su una curva che, fino all’anno scorso, lasciava ben sperare. A un anno dal termine degli studi, infatti, il 18,9 per cento dei diplomati del 2018 è stato richiamato almeno una volta dall’azienda in cui aveva svolto l’ex alternanza scuola-lavoro (oggi percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento). Il 32 per cento, al momento dell’indagine, lavora nell’impresa in cui aveva fatto esperienza da studente. Si tratta per la maggior parte di contratti non stabili: solo il 16 per cento è assunto a tempo indeterminato. Percentuale che cresce fino al 31,7 per cento tra chi aveva sostenuto l’esame di Stato nel 2016. I picchi di occupazione riguardano gli studenti usciti dagli istituti tecnici e professionali. In tutto i diplomati che lavorano dopo un anno sono il 35,8 per cento: il 20,3 per cento lo fa a tempo pieno, il 15,5 parallelamente alla carriera universitaria. Totale degli occupati che sale al 46 per cento dopo tre anni. Tra chi lavora full-time la retribuzione media è di 1.125 euro al mese dopo dodici mesi. Stipendio che lievita fino a una media di 1.262 dopo trentasei mesi.
Senza dubbio la spinta che la pandemia ha impresso all’utilizzo della tecnologia aprirà nuovi scenari, come già sta avvenendo con le piattaforme di e-learning, dove si tengono con regolarità anche simulazioni di laboratorio. L’obiettivo resta però non disperdere i benefici tratti finora dall’alternanza scuola-lavoro. “Eravamo arrivati a risultati migliorabili, ma soddisfacenti. Quando torneremo alla normalità – prosegue Borsarini – dovremo rafforzare due concetti su cui stavamo già lavorando: la fidelizzazione tra scuole e aziende del territorio e il finanziamento dei corsi di formazione post diploma. Sia le imprese che le associazioni di categoria sono in genere disponibili ad accogliere gli studenti e costruire con loro percorsi pluriennali strutturati. E con loro è importante mettere a punto i programmi dei corsi post diploma per tararli in base alle esigenze specifiche del lavoro che i ragazzi andranno a fare”.
La sfida più grande, però, è impedire alla crisi economica di ridurre l’accesso dei neodiplomati all’università. I rapporti di AlmaDiploma e AlmaLaurea certificano che la maggior parte degli studenti universitari sono ex liceali che hanno alle spalle una famiglia benestante o con un reddito medio. “In Italia l’ascensore sociale – conclude Borsarini – è bloccato e la crisi derivata dalla pandemia di certo non aiuta. Il compito più difficile per la scuola, nei prossimi anni, sarà garantire anche al ragazzo che proviene dalla più disagiata delle condizioni di esprimere tutto il proprio talento e di giocarsi le proprie carte al pari di tutti gli altri”.