Italiani più chiusi, ma non sfiduciati

Italiani più chiusi, ma non sfiduciati

Il Trust Barometer 2026 evidenzia una crescente diffidenza verso chi ha valori e opinioni diverse, ma anche una stabilità nella fiducia verso le istituzioni. Il datore di lavoro si conferma la figura più credibile, mentre cala la fiducia nel settore tecnologico

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Otto italiani su dieci non si fidano di chi esprime valori, posizioni sulle questioni sociali, percorsi personali o fonti informative diversi dai propri. Allo stesso tempo resta stabile la fiducia nelle istituzioni, mentre il datore di lavoro si conferma la figura più credibile per gli italiani, a fronte di un netto calo di fiducia nel settore tecnologico. Sono alcuni dei risultati dell’edizione 2026 dell’Edelman Trust Barometer, intitolata “Trust amid Insularity” (La fiducia nell’era della chiusura). Il report, realizzato da Edelman, società di consulenza in comunicazione, misura ogni anno il livello di fiducia verso governi, aziende, media e Ong, intervistando circa 34 mila persone in 28 Paesi, di cui 1.200 in Italia. Nel dettaglio, il 79% degli italiani dichiara di non fidarsi di chi esprime valori, posizioni sociali, percorsi personali o fonti informative differenti dalle proprie. Accanto a questo dato emergono però alcuni segnali di resilienza: il livello generale di fiducia nelle istituzioni resta stabile a 50 punti, uno dei più alti in Europa, preceduto solo da Olanda e Svezia.

Con il 69% di fiducia, il proprio datore di lavoro si conferma l’unica figura in cui gli italiani ripongono piena credibilità. Il dato supera nettamente quello attribuito al business (59%), alle Ong (51%), ai media (49%) e al governo (41%). Tra le figure più apprezzate figurano anche gli scienziati (78%) e gli insegnanti (67%), seguiti dai vicini di casa (62%), a conferma di quanto competenza e prossimità continuino a rappresentare fattori determinanti nella costruzione della fiducia. “L’edizione 2026 dell’Edelman Trust Barometer descrive un contesto globale segnato da una crescente chiusura, in cui le preoccupazioni per l’economia, le rivoluzioni nel settore delle tecnologie e le altalenanti tensioni geopolitiche spingono gli individui a restringere il proprio orizzonte verso gruppi sempre più ristretti, più allineati alle proprie convinzioni. E questo ha un impatto diretto sui livelli di fiducia nei confronti di tutte le istituzioni”, sottolinea Fiorella Passoni, ceo di Edelman Italia. “La polarizzazione che nel 2025 si è trasformata in malcontento - ‘grievance’ – oggi ha lasciato il posto all’‘insularity’: una sorta di diffidenza, dimostrata dal 79% degli intervistati, verso chi è percepito come diverso; chi, cioè non condivide gli stessi valori, le stesse fonti di informazione, la stessa visione del mondo. I dati italiani”, conclude Passoni, “mostrano però una popolazione consapevole delle sfide ma desiderosa di soluzioni concrete e la fiducia nel datore di lavoro e l’apertura verso modelli di mediazione posizionano il nostro Paese come un potenziale laboratorio per pratiche innovative nella costruzione della fiducia”.

L’Italia si distingue tra i Paesi europei più propensi a valorizzare il cosiddetto “trust brokering”, ovvero la capacità di individui, istituzioni o organizzazioni di facilitare la fiducia tra gruppi diversi partendo proprio dalle differenze. Il 33% degli italiani ritiene che le aziende possano rafforzare la propria credibilità promuovendo la cooperazione su temi divisivi senza schierarsi, posizionando il Paese tra i più orientati al dialogo costruttivo. Le aspettative nei confronti delle istituzioni sono chiare: il 79% chiede ai media di garantire pari spazio a punti di vista differenti e contribuire ad abbassare i toni; il 78% sollecita il governo a promuovere un dibattito civile tra politici; il 77% invita le Ong ad attivare programmi di mediazione comunitaria; il 71% ritiene che le aziende debbano favorire l’interazione tra dipendenti con valori diversi e promuovere partnership capaci di avviare un dialogo interculturale e trasversale.

Un capitolo a parte riguarda i datori di lavoro, considerati i soggetti più capaci di superare le polarizzazioni. Il 79% degli italiani si aspetta che promuovano un’identità e una cultura condivise, ricordando ai dipendenti ciò che li unisce più di quanto li divida. Il 78% chiede inoltre la creazione di team che integrino valori differenti e l’organizzazione di corsi obbligatori per gestire in modo costruttivo il conflitto. L’edizione 2026 segna anche un cambiamento significativo sul fronte settoriale. Dopo anni ai vertici della classifica, il comparto tecnologico perde 9 punti e scende a quota 67. In testa salgono manifattura ed educazione, entrambe a 68 punti. L’indagine evidenzia inoltre alcune criticità comuni ai Paesi sviluppati, a partire dalla cosiddetta “democratizzazione dell’informazione”. Rispetto allo scorso anno diminuisce di 9 punti percentuali la quota di chi dichiara di non consultare fonti con orientamenti politici diversi dal proprio (dal 45% al 36%). Resta bassa anche la fiducia nel futuro: solo l’8% degli italiani si dice ottimista per la prossima generazione. Elevate le preoccupazioni per la stabilità occupazionale, legate soprattutto al rischio di recessione economica (71%) e ai conflitti commerciali internazionali (70%). Cresce infine la paura che attori esterni possano contaminare l’informazione in Italia per accentuare la polarizzazione: il dato sale di 6 punti, raggiungendo il 65%, con un aumento complessivo di 11 punti dal 2021.

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