Università, cresce il peso delle telematiche

Università, cresce il peso delle telematiche

Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale sulle Università telematiche, gli iscritti agli atenei digitali sono più che raddoppiati negli ultimi cinque anni e quintuplicati nell’arco di un decennio

2 minuti di lettura

La crescente domanda di aggiornamento professionale, la flessibilità offerta dall’e-learning e la diffusione del digitale — accelerata dalla pandemia — hanno trasformato la formazione online in uno dei comparti a più rapida espansione degli ultimi anni. Nel 2024 il giro d’affari del settore ha superato i 3 miliardi di euro, con un aumento del 18% rispetto all’anno precedente (Osservatorio EdTech Italia). All’interno di un sistema che conta oltre 2 milioni di iscritti, le università telematiche rappresentano il segmento più dinamico, con un incremento del 158,6% in sei anni secondo il Rapporto Anvur. Il fenomeno è confermato anche dai dati dell’Osservatorio nazionale sulle università telematiche realizzato da AteneiOnline (servizio di orientamento e immatricolazione alle università online riconosciute dal Mur): gli iscritti agli atenei digitali sono più che raddoppiati negli ultimi cinque anni e quintuplicati nell’arco di un decennio. Oggi, nei corsi disponibili sia in presenza sia online, oltre uno studente su cinque (21,8%) opta per la modalità telematica.

La crescita è stata particolarmente rapida: dai circa 140 mila iscritti del 2019/2020 si è passati a oltre 300 mila nel 2024/2025. Un’espansione che non riguarda più soltanto nicchie specifiche, ma attraversa tutte le fasce d’età: un terzo degli studenti ha meno di 25 anni, un terzo tra i 25 e i 34 anni e un terzo è più adulto. Anche sul piano di genere si registra un progressivo allineamento con le università tradizionali, con le donne oggi in maggioranza (52,9%). Parallelamente cresce anche l’offerta formativa, con 40 nuovi corsi attivati negli ultimi cinque anni e una copertura disciplinare ormai simile a quella degli atenei tradizionali. In alcuni ambiti la modalità online è diventata particolarmente rilevante: scienze motorie, dove studia a distanza uno studente su due, scienze della formazione (43%) e psicologia (36,7%). Tuttavia, la distribuzione non è omogenea: discipline come lingue o comunicazione continuano a privilegiare la presenza, segno che non tutti i percorsi si adattano allo stesso modo alla didattica a distanza.

Il peso delle telematiche emerge ancora più chiaramente osservando il numero dei laureati: in pochi anni si è passati dall’11,9% del totale nel 2020 al 24,3% nel 2024. In alcuni corsi, come scienze motorie, oltre la metà dei laureati proviene da atenei online, a conferma di un cambiamento ormai strutturale negli equilibri dell’offerta universitaria. In base al report, la quota di laureati in corso delle università telematiche raggiunge l’80,9%, contro il 54,7% degli atenei tradizionali. Il divario è particolarmente evidente in giurisprudenza, dove il tasso di laureati in corso nelle università online (83%) è quasi il doppio rispetto a quello delle università tradizionali (43%). Sul fronte occupazionale, i laureati delle telematiche mostrano risultati leggermente migliori a un anno dal titolo (77,4% contro 74,4%), un dato che riflette anche la forte presenza di studenti già inseriti nel mondo del lavoro durante il percorso di studi.

Anche a livello europeo il fenomeno è in crescita: Spagna, Italia e Regno Unito guidano la diffusione della formazione universitaria a distanza, con quote comprese tra il 10% e il 18% degli studenti. L’Italia si colloca in una posizione intermedia, ma in rapido avvicinamento ai paesi più avanzati. Il mercato europeo dei corsi online è stato valutato in 57,18 miliardi di dollari e si stima raggiungerà i 61,96 miliardi entro il 2026.

A livello nazionale, il Regno Unito rappresenta il mercato più sviluppato, con un valore di circa dieci miliardi di euro nel 2024, sostenuto anche dalla forte attrattività internazionale dei corsi offerti. Segue la Germania, dove il mercato dell’istruzione online vale circa 3,5 miliardi di euro. Al terzo posto si colloca l’Italia, mentre i Paesi del Nord Europa restano più indietro, anche per ragioni legate alla minore dimensione della popolazione.

I commenti dei lettori