Tra le mostre collaterali proposte da Mercanteinfiera ce n’è una delicatissima, di preziosità verrebbe da dire quasi lillipuziane, tanto piccole quanto di grande valore: La forma del profumo: flaconi tra arte e storia è un’esposizione di circa cento esemplari, dall’antichità romana alla metà del Novecento. Minuscoli contenitori che appartengono alla collezione di Monica Magnani, pedagogista e appassionata cultrice di storia del profumo.
Dottoressa, quanta storia, e quanta arte c’è nei suoi flaconi?
«Tanta in entrambi i casi, perché la mia collezione non comprende oggetti di produzione industriale. Sono manufatti che arrivano da tutto il mondo, e sempre destinati alle élite per ricordare magari avvenimenti storici, riproporre in piccolo opere di grandi artisti, con testimonianze talvolta preziose. Per non parlare poi dell’eccezionale lavoro artigiano che c’è dietro».
Ci faccia qualche esempio.
«Non so, c’è un esemplare francese dell’800 in cristallo che incorpora un minuscolo cannocchiale da teatro, perfettamente funzionate. Oppure una chatelaine (bottiglietta con catenella da mettere al polso assieme al carnet di ballo) in vetro di Murano sempre dell’Ottocento, con una lavorazione così particolare che risulta sconosciuta persino al museo del vetro di Venezia».
Ecco i materiali, anche qui la sua collezione spazia parecchio…
«Sì, ce ne sono di tutti tipi. Diciamo che tra i più inconsueti potrei segnalare quello in zucca essiccata con il ritratto di Napoleone, oppure altri in lava del Vesuvio di metà Settecento. Ma c’è anche il corno di cervo, la noce, il legno. E naturalmente porcellana, alabastro, terracotta, un mondo! ».
Il suo pezzo più antico?
«A voler essere pignoli, sono i balsamari romani, risalgono al I-II secolo dopo Cristo. Ma si tratta di oggetti piuttosto comuni, che fanno poco testo. Quello che davvero considero il più antico è un esemplare in vetro per oli profumati che cautamente ho datato intorno al 1500, ma secondo la stima dei Musei civici di Venezia dovrebbe essere addirittura al Trecento».
Siamo curiosi: è possibile sapere a chi sono appartenuti i suoi flaconi?
«No, purtroppo non si può. Sarebbe interessante, certo, però ci si può divertire a ricostruire le storie che raccontano: c’è un pezzo bulgaro ad esempio che ricorda la rivolta dell’aprile 1876 contro l’impero ottomano. È da uomo, ci sono cannoni, bandiere…».
Lei possiede più di mille esemplari: dove li tiene?
«Per ora in alcune teche d’epoca dentro casa. Cinque anni fa il Museo del costume di Venezia li ha voluti per una mostra, un successo incredibile, il catalogo esaurito. È una collezione che porto avanti da quarant’anni, e quando non ci sarò più mi piacerebbe che potesse essere ospitata in un museo, magari proprio a Parma che ha una lunga trazione legata ai profumi».