Neil Young compie 80 anni: il guerriero del rock che non ha mai smesso di combattere
di Gino CastaldoAuguri, guerriero. Se mai dovessimo attribuire a un cantante rock la figura del combattente, nessuno la impersonerebbe meglio di Neil Young. Ruvido all’occorrenza come la carta vetrata, oppure dolcissimo, tenero, appassionato, capace di accanirsi su un distorto assolo di chitarra elettrica per 20 minuti, così come di dondolare alla luce della luna con un sussurro dell’anima.
Compie oggi ottant’anni ma, a proposito di guerriero, è uno che non dorme mai, come la “ruggine” che evocava in uno dei suoi dischi più belli, Rust never sleeps, omaggiato anni dopo dagli eroi del grunge che lo hanno sempre ritenuto un padre putativo, da Kurt Cobain a Eddie Vedder.
Lui discute, argomenta, se la prende con i cattivi, come ha sempre fatto, un ribelle sempre in cerca di una causa per cui combattere. E di segni importanti ne ha disseminati a dismisura, fin da quando dal natio Canada calò giù fino in California, giusto in tempo per forma…
Auguri, guerriero. Se mai dovessimo attribuire a un cantante rock la figura del combattente, nessuno la impersonerebbe meglio di Neil Young. Ruvido all’occorrenza come la carta vetrata, oppure dolcissimo, tenero, appassionato, capace di accanirsi su un distorto assolo di chitarra elettrica per 20 minuti, così come di dondolare alla luce della luna con un sussurro dell’anima.
Compie oggi ottant’anni ma, a proposito di guerriero, è uno che non dorme mai, come la “ruggine” che evocava in uno dei suoi dischi più belli, Rust never sleeps, omaggiato anni dopo dagli eroi del grunge che lo hanno sempre ritenuto un padre putativo, da Kurt Cobain a Eddie Vedder.
Lui discute, argomenta, se la prende con i cattivi, come ha sempre fatto, un ribelle sempre in cerca di una causa per cui combattere. E di segni importanti ne ha disseminati a dismisura, fin da quando dal natio Canada calò giù fino in California, giusto in tempo per formare i Buffalo Springfield e poi staccarsene per aderire al supergruppo formato dia nomi dei suoi protagonisti: Crosby, Stills, Nash & Young, un trio che a volte diventava un quartetto, e lui era il quarto, che c’era e non c’era, non voleva esaurirsi del tutto nella formula e per questo commise un errore, l’unico vero sbaglio della sua carriera, perché quando furono invitati a Woodstock chiese di non esser inserito nel film, e per questo nel film-concerto madre di tutti i festival rock, c’è la epocale esibizione degli altri tre e nella memoria di chiunque Neil Young a Woodstock è c come se non ci fosse stato. E invece c’era. Ma al di là di un paio di capolavori incisi col trio, Dejà vu, giusto per citarne uno, è la sua carriera solista che conta, un mare di dischi, tra cui almeno uno, Harvest, che non dovrebbe mancare nelle librerie di chiunque, per non dire di Zuma, di After the gold rush, e tanti altri, con la sua voce che graffia anche quando vuole accarezzare, profonda, naturalmente poetica, a volte tempestosa.
Tra i ricordi indelebili che ho di lui ce n’è uno in particolare che rimane una perfetta istantanea del suo spirito eroico. Era il 16 aprile del 1990 e allo stadio di Wembley si festeggiava la liberazione di Nelson Mandela. A un certo punto uscì lui, tutto solo con la chitarra acustica, scapigliato, i jeans rattoppati, e come una furia attaccò Keep on rockin on the free world, che era come una ripartenza gloriosa e infuocata, talmente potente che verrebbe voglia di cantarla ancora oggi, anzi di cantarla in coro a lui, come augurio di buon compleanno.