Il sole di luglio arroventava le pietre rinascimentali del centro storico svuotandolo di rumori, di ossigeno. Nelle case surriscaldate dai Mondiali di calcio indovinavo, dietro le persiane socchiuse, i cori e i volti esasperati intorno ai televisori. Quando salii sul vecchio autobus a due piani, l'autista si stava asciugando il sudore del collo con un fazzoletto di carta, poi alzò il volume della radiolina e ripartì. Non c'erano passeggeri.
Ero appena uscito dalla sede di una multinazionale dove cercavano un portiere di notte; mio zio ci aveva lavorato tutta la vita e pur essendo in pensione aveva ancora qualche amico disposto ad aiutare suo nipote. Mi avevano detto che sarebbe stato sufficiente accorciare i capelli, per il resto andava tutto bene: avrei potuto prendere servizio già dal prossimo lunedì. Scelsi il sedile più vicino al guidatore per ascoltare la radiocronaca di Italia-Argentina e chiedere notizie sull'andamento della partita ma l'uomo si limitò a grugnire qualcosa che non capii.
I banchi lungo il fiume scoprivano angurie rosse e meloni gialli spaccati o divisi in fette seppellite nel ghiaccio tritato. Ad un semaforo l'autista si fece allungare una fetta rossa grondante di acqua ghiacciata da un uomo grasso in canottiera e pantaloni corti che si staccò dalla bancarella salutandolo con una certa familiarità. Ripartimmo con le portiere aperte ma il vento sembrava che uscisse dalla bocca di un forno. Andavamo ad una velocità non consentita saltando molte fermate. Al Ponte alla Vittoria, da un puntino nero disciolto nell'aria bruciata si materializzò una vecchietta minuscola tutta compita in un abitino a gale di quelli che si vedono in certe foto di inizio novecento. Salì reggendosi con una mano sola al tubo di sostegno, poiché l'altra, piegata su un fianco, si era deformata, quasi avvitata su se stessa. Si guardò intorno come per cercare qualcosa e poi salì al piano superiore gemendo ad ogni scalino.
Tardelli segnò su passaggio di Antognoni: l'autista mandò un grido rabbioso accanendosi sul clacson con i pugni e con i palmi delle mani come se stesse percuotendo un tamburo, ma non perdemmo velocità, continuammo ad inforcare gli incroci deserti senza curarci del resto delmondo.
Con i sensi intorpiditi dal caldo ondeggiavo nel ventre di quella balena di lamiera verde che solcava la città svanita nella caligine. Dopo un po', simile alla Lumaca di Pinocchio, la donnina prese a scendere ansimando sul lamento meccanico dell'autobus. Sbucò sull'ultimo gradino, guardò fuori e poi verso di me, di nuovo fuori e infine tornò a fissarmi, ma io distolsi lo sguardo facendo finta di asciugare il sudore della fronte.
La sentivo avvicinare, il passo esitante, ma non sollevai la testa fino a quando non fu al mio fianco e, saldamente ancorata alla spalliera di una poltroncina, tirò fuori il tesserino di invalidità pretendendo il mio posto. Mi voltai verso il fondo della vettura, mi guardai intorno, ma non c'era proprio nessuno.
Comunque mi spostai sul sedile di fronte. Cabrini raddoppiò. Inchiodammo. L'autista saltò giù dall'autobus tenendo le mani alzate verso il cielo mentre la donna seduta sulla mia poltrona contemplava il tesserino.
Le sorrisi e poi tornai a guardare il fiume e l'autista arrampicato al palo di sostegno della fermata d'autobus.
Ero appena uscito dalla sede di una multinazionale dove cercavano un portiere di notte; mio zio ci aveva lavorato tutta la vita e pur essendo in pensione aveva ancora qualche amico disposto ad aiutare suo nipote. Mi avevano detto che sarebbe stato sufficiente accorciare i capelli, per il resto andava tutto bene: avrei potuto prendere servizio già dal prossimo lunedì. Scelsi il sedile più vicino al guidatore per ascoltare la radiocronaca di Italia-Argentina e chiedere notizie sull'andamento della partita ma l'uomo si limitò a grugnire qualcosa che non capii.
I banchi lungo il fiume scoprivano angurie rosse e meloni gialli spaccati o divisi in fette seppellite nel ghiaccio tritato. Ad un semaforo l'autista si fece allungare una fetta rossa grondante di acqua ghiacciata da un uomo grasso in canottiera e pantaloni corti che si staccò dalla bancarella salutandolo con una certa familiarità. Ripartimmo con le portiere aperte ma il vento sembrava che uscisse dalla bocca di un forno. Andavamo ad una velocità non consentita saltando molte fermate. Al Ponte alla Vittoria, da un puntino nero disciolto nell'aria bruciata si materializzò una vecchietta minuscola tutta compita in un abitino a gale di quelli che si vedono in certe foto di inizio novecento. Salì reggendosi con una mano sola al tubo di sostegno, poiché l'altra, piegata su un fianco, si era deformata, quasi avvitata su se stessa. Si guardò intorno come per cercare qualcosa e poi salì al piano superiore gemendo ad ogni scalino.
Tardelli segnò su passaggio di Antognoni: l'autista mandò un grido rabbioso accanendosi sul clacson con i pugni e con i palmi delle mani come se stesse percuotendo un tamburo, ma non perdemmo velocità, continuammo ad inforcare gli incroci deserti senza curarci del resto delmondo.
Con i sensi intorpiditi dal caldo ondeggiavo nel ventre di quella balena di lamiera verde che solcava la città svanita nella caligine. Dopo un po', simile alla Lumaca di Pinocchio, la donnina prese a scendere ansimando sul lamento meccanico dell'autobus. Sbucò sull'ultimo gradino, guardò fuori e poi verso di me, di nuovo fuori e infine tornò a fissarmi, ma io distolsi lo sguardo facendo finta di asciugare il sudore della fronte.
La sentivo avvicinare, il passo esitante, ma non sollevai la testa fino a quando non fu al mio fianco e, saldamente ancorata alla spalliera di una poltroncina, tirò fuori il tesserino di invalidità pretendendo il mio posto. Mi voltai verso il fondo della vettura, mi guardai intorno, ma non c'era proprio nessuno.
Comunque mi spostai sul sedile di fronte. Cabrini raddoppiò. Inchiodammo. L'autista saltò giù dall'autobus tenendo le mani alzate verso il cielo mentre la donna seduta sulla mia poltrona contemplava il tesserino.
Le sorrisi e poi tornai a guardare il fiume e l'autista arrampicato al palo di sostegno della fermata d'autobus.