Economia

La Bce maschera il quantitive easing come prestiti alle famiglie

I mille miliardi promessi all'economia potrebbero essere dirottati dalle banche sull'acquisto di altri titoli di Stato, proprio come faceva la Fed acquistanto bond sul mercato secondario con l'obiettivo di indebolire l'euro e spingere la ripresa. L'unico vincolo è non ridurre il credito

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ROMA - Fino a mille miliardi di euro per un'economia assetata di credito, promette Mario Draghi da Francoforte. Un quinto di quei soldi, fino a 200 miliardi di euro in due anni - dice Visco da Roma - potrebbero essere utilizzati dalle banche italiane per le nostre industrie. In più, spiega il governatore della Banca d'Italia, le nuove regole sui collaterali da versare per i prestiti, potrebbero aggiungere altri 120 miliardi di euro ai fondi disponibili per la ripresa dell'economia reale. Le decisioni prese dalla Bce un mese fa, insomma, dovrebbero far piovere un fiume di prestiti su aziende e famiglie e non, come avvenne nel 2011, nelle casse degli Stati indebitati. Per questo si parla di operazioni di liquidità "mirate". Ma è così? Molti ne dubitano e concludono che anche questi soldi finiranno nell'acquisto di Bonos e Btp. Forse, però, non è il caso di strapparsi i capelli e gridare al flop. Potrebbe servire anche quello e qualcuno pensa che la Bce sappia benissimo ciò che fa.

Il problema non sono le misure prese a giugno, ma i meccanismi di adempimento tecnico che la Bce ha reso noti solo nei giorni scorsi. Che osservatori diversi come gli economisti di Lavoce.info, il Wall street journal, gli analisti della Royal Bank of Scotland definiscono tutti "assai generosi" per le banche. Due i punti contestati. Primo: la liquidità è pensata per arrivare a imprese e famiglie, ma da nessuna parte il manuale della Bce condiziona l'erogazione dei soldi al fatto che, effettivamente, quegli stessi soldi vengano poi girati all'economia reale. Le banche possono farci ciò che vogliono. L'unica cosa che devono dimostrare è che, contemporaneamente, i loro prestiti ad entità non finanziarie, nel complesso, sono aumentati. Basta un refolo di ripresa perché i prestiti aumentino comunque, soldi della Bce o no.

Secondo: per evitare una penale, cioè l'obbligo di restituire i soldi avuti dalla Bce dopo due anni, anziché quattro (sanzione, peraltro, che non appare drammatica) le banche devono dimostrare di rispettare un parametro. Ovvero, il flusso dei nuovi prestiti all'economia deve essere superiore ad una crescita minima. Questo benchmark, però, non è uguale per tutti. Le banche che, negli ultimi dodici mesi, avevano già aumentato i finanziamenti erogati potranno limitarsi a mantenere invariato l'ammontare. Il benchmark da superare è, cioè, zero. Le banche che, invece, hanno diminuito nell'ultimo anno gli impieghi (come in Italia) potranno continuare a ridurli secondo il trend precedente per un anno e poi mantenerli per l'anno successivo. Il benchmark è meno di zero. La conclusione generale che gli esperti traggono dal documento tecnico della Bce è che agli istituti di credito basterà non razionare ulteriormente il credito nei prossimi mesi per avere diritto ai finanziamenti di Francoforte, al vantaggioso tasso dello 0,25 per cento. Con cui, se vogliono, possono comprare Btp italiani o Bonos spagnoli che rendono il 2,87 o il 2,75 per cento. Difficile che resistano alla tentazione di intascare, senza fatica, uno spread del 2,5 per cento.

Insomma, la stessa speculazione del 2012 che ha, probabilmente, salvato l'euro, ma a prezzo di rendere ancora più soffocante l'abbraccio tra banche e debito pubblico. E, tuttavia, gli effetti potrebbero non essere tutti negativi. Gli americani, che hanno l'occhio più esperto in materia, sottolineano che, in fondo, l'operazione lanciata dalla Bce, con le modalità tecniche appena specificate, è una sorta di versione europea del quantitative easing adottato dalla Fed negli Usa: soldi della banca centrale vengono utilizzati per comprare titoli (poco importa se pubblici o privati). La differenza è che, in Europa, gli acquisti vengono fatti dalle banche anziché dalla banca centrale.

Gli effetti? L'operazione gonfierà l'attivo della Bce e, probabilmente, indebolirà di conseguenza l'euro, soprattutto se, nel frattempo, si chiuderà il quantitative easing americano e la Fed alzerà i tassi. Un euro più debole significa più esportazioni e importazioni (per la svalutazione della moneta) più care, ciò che dovrebbe alimentare un po' d'inflazione. Insomma, il quantitative easing su cui il board della Bce litiga da mesi verrebbe realizzato attraverso la porta di servizio e senza dirlo a nessuno. Possibile che Draghi e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, non se ne siano accorti, ma è difficile.