MILANO - Seduta volatile per in mercati del Vecchio continente dopo il rapporto americano sull'occupazione a ottobre: la disoccupazione è calata al 5%, mentre i nuovi posti di lavoro sono stati 271mila. In sostanza il dipartimento del Lavoro Usa ha confermato la solidità della ripresa dimostrando che il paese si muove verso la piena occupazione, l'obiettivo perseguito dalla Fed per statuto: il dato potrebbe così convincere la Banca centrale americana ad avviare la stretta a dicembre con un primo rialzo dei tassi che manca dal 2006.
Una possibilità confermata mercoledì davanti al Congresso dal governatore Janet Yellen e ormai scontata anche dai mercati che - secondo l'analisi dei future sui Fed Funds - attribuiscono il 69% di possibilità di un cambiamento della politica monetaria nella riunione del prossimo 16 dicembre. "La forte crescita dell'occupazione è un'ottima notizia, può spingere l'inflazione verso il 2%. E' su questo che ora dobbiamo concentrarci" ha detto il presidente della Fed di Chicago, Charles Evans. "Nel complesso l'economia statunitense ha creato 8 milioni di posti di lavoro negli ultimi trentasei mesi, il ritmo più veloce dal 2000" ha affermato la Casa Bianca.
Proprio ieri, invece, il governatore Mark Carney della Banca d'Inghilterra ha lasciato invariati i tassi allo 0,5%. La banca ha anche deciso di mantenere a 375 miliardi di sterline l'ammontare del suo piano di acquisto di titoli. Diversa ancora la posizione della Bce, il cui presidente Mario Draghi (ieri impegnato nell'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Cattolica di Milano) ha ribadito: "Siamo pronti ad agire, se necessario", lasciando intendere di nuovo che il Quantitative easing potrà essere rimodulato a dicembre. Eventualità ribadita anche nel bollettino economico di Francoforte.
Anche perché a differenza della Fed, la missione della Bce è quella di mantenere l'inflazione di lungo periodo "poco sotto il 2%", ma i prezzi continuano a stagnare e il quadro macroeconomico non mostra grandi segnali di svolta: in Germania a settembre la produzione industriale è calata dall'1,1% rispetto ad agosto. Il dato è peggiore delle attese di mercato (+0,5%), mentre su base annua si registra un incremento dello 0,2 per cento. Frena anche la Gran Bretagna, mentre la Spagna segna un +4%. Dopo i dati Usa, l'euro è sceso a quota 1,07 contro il dollaro, sui minimi da 6 mesi.
Dopo una mattinata complicata, i listini europei hanno girato in positivo: a Milano Piazza Affari è salita dell'1,23%, Francoforte dello 0,87%, Parigi ha chiuso in parità, mentre Londra ha ceduto lo 0,18%. Stabile lo spread poco sotto quota 110 punti, mentre i Btp sul mercato secondario sono scambiati con un tasso dell'1,76%. Sotto i riflettori Telecom Italia dopo la decisione di convertire le azioni risparmio per difendersi dalla scalata dei francesi. A Wall Street, alla chiusura dei mercati europei, il Dow Jones e l'S&P hanno perdite frazionali, mentre il Nasdaq è invariato.
In mattinata la Borsa di Tokyo ha chiuso in rialzo, ai massimi da oltre due mesi. L'indice Nikkei avanza dello 0,78% a 19.265,60 punti, sulla scia dello yen debole. Sul fronte delle materie prime, il prezzo del petrolio torna a scendere dopo il rally del biglietto verde, che vola dopo i positivi dati sull'occupazione Usa a ottobre. A New York il LIght crude Wti arreetra di 55 cent a 44,65 dollari e quelli sul Brent calano di 18 cent a 47,80 dollari. Fitte vendite sull'oro che è sceso di slancio sotto quota 1.100 dollari l'oncia. Il prezzo spot del metallo giallo ha toccato un minimo a 1.086,50 in calo di oltre 1 punto e mezzo percentuale e sui minimi da agosto in scia ai forti riscontri dal mercato del lavoro Usa che avvicinano la possibilità di un rialzo dei tassi Usa.
Una possibilità confermata mercoledì davanti al Congresso dal governatore Janet Yellen e ormai scontata anche dai mercati che - secondo l'analisi dei future sui Fed Funds - attribuiscono il 69% di possibilità di un cambiamento della politica monetaria nella riunione del prossimo 16 dicembre. "La forte crescita dell'occupazione è un'ottima notizia, può spingere l'inflazione verso il 2%. E' su questo che ora dobbiamo concentrarci" ha detto il presidente della Fed di Chicago, Charles Evans. "Nel complesso l'economia statunitense ha creato 8 milioni di posti di lavoro negli ultimi trentasei mesi, il ritmo più veloce dal 2000" ha affermato la Casa Bianca.
Proprio ieri, invece, il governatore Mark Carney della Banca d'Inghilterra ha lasciato invariati i tassi allo 0,5%. La banca ha anche deciso di mantenere a 375 miliardi di sterline l'ammontare del suo piano di acquisto di titoli. Diversa ancora la posizione della Bce, il cui presidente Mario Draghi (ieri impegnato nell'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Cattolica di Milano) ha ribadito: "Siamo pronti ad agire, se necessario", lasciando intendere di nuovo che il Quantitative easing potrà essere rimodulato a dicembre. Eventualità ribadita anche nel bollettino economico di Francoforte.
Anche perché a differenza della Fed, la missione della Bce è quella di mantenere l'inflazione di lungo periodo "poco sotto il 2%", ma i prezzi continuano a stagnare e il quadro macroeconomico non mostra grandi segnali di svolta: in Germania a settembre la produzione industriale è calata dall'1,1% rispetto ad agosto. Il dato è peggiore delle attese di mercato (+0,5%), mentre su base annua si registra un incremento dello 0,2 per cento. Frena anche la Gran Bretagna, mentre la Spagna segna un +4%. Dopo i dati Usa, l'euro è sceso a quota 1,07 contro il dollaro, sui minimi da 6 mesi.
Dopo una mattinata complicata, i listini europei hanno girato in positivo: a Milano Piazza Affari è salita dell'1,23%, Francoforte dello 0,87%, Parigi ha chiuso in parità, mentre Londra ha ceduto lo 0,18%. Stabile lo spread poco sotto quota 110 punti, mentre i Btp sul mercato secondario sono scambiati con un tasso dell'1,76%. Sotto i riflettori Telecom Italia dopo la decisione di convertire le azioni risparmio per difendersi dalla scalata dei francesi. A Wall Street, alla chiusura dei mercati europei, il Dow Jones e l'S&P hanno perdite frazionali, mentre il Nasdaq è invariato.
In mattinata la Borsa di Tokyo ha chiuso in rialzo, ai massimi da oltre due mesi. L'indice Nikkei avanza dello 0,78% a 19.265,60 punti, sulla scia dello yen debole. Sul fronte delle materie prime, il prezzo del petrolio torna a scendere dopo il rally del biglietto verde, che vola dopo i positivi dati sull'occupazione Usa a ottobre. A New York il LIght crude Wti arreetra di 55 cent a 44,65 dollari e quelli sul Brent calano di 18 cent a 47,80 dollari. Fitte vendite sull'oro che è sceso di slancio sotto quota 1.100 dollari l'oncia. Il prezzo spot del metallo giallo ha toccato un minimo a 1.086,50 in calo di oltre 1 punto e mezzo percentuale e sui minimi da agosto in scia ai forti riscontri dal mercato del lavoro Usa che avvicinano la possibilità di un rialzo dei tassi Usa.