MILANO - La Fed ha deciso di alzare i tassi Usa di un quarto di punto. Si tratta di una svolta per certi versi storica, ma ampiamente preparata dal mercato: il rialzo dei tassi che manca dal 2006, mentre è dal 16 dicembre 2008 che il costo del denaro americano è al livello minimo. Una svolta che non si attende da settimane, ma da mesi. Già a giugno, infatti, i mercati davano più del 70% di possibilità a un intervento della Banca centrale Usa sul costo del denaro. Si pensava che la prima finestra valida fosse il rientro dall'estate, ma la crisi dei mercati finanziari cinesi ha complicato i piani di Janet Yellen, il presidente della Fed. Poi la crescita Usa ha mostrato di resistere agli choc esterni dati dal rallentamento di Pechino e dei mercati emergenti, convincendo via via i mercati che entro la fine dell'anno da Washington sarebbe arrivato il segnale.
Borse caute in attesa della mossa di Washington
A differenza di quanto accade in condizioni 'normali', la politica monetaria non interviene questa volta per combattere le pressioni dell'inflazione. E' buona norma per il governatore, infatti, agire sui tassi quando vuole calmare un'economia troppo esuberante, che rischia di dar luogo a una corsa dei prezzi inarrestabile. In questa circostanza, dicono invece gli esperti del Crédit Suisse, sono due i razionali che muovono Janet Yellen: limitare la possibile esplosione di bolle nell'immobiliare o sui mercati; e crearsi un cuscinetto per poter in futuro agire con la politica dei tassi, nel caso di un rallentamento economico. Se la crescita cambiasse verso, infatti, oggi la Fed non avrebbe margini d'azione: si deve allontanare dalla fascia dei 'tassi zero' che caratterizza ormai la politica della Fed dal lontano 2008 (per ironia della sorte, raggiunta sotto Ben Bernanke proprio il 16 dicembre). C'è anche qualche timore che questa mossa possa portare a una effettiva recessione, ma secondo gli economisti non è ancora il caso di preoccuparsi per l'ingresso in una fase calante dei mercati. Nonostante, ormai da oltre sei anni, il Pil Usa si espanda - e quindi sarebbe lecito attendersi un rallentamento -, gli analisti vedrebbero più a rischio i corsi azionari con una piena occupazione (disoccupazione al 4%, contro il 5% attuale) e una crescita dei salari più sostenuta.
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Per gli osservatori il rialzo dei tassi sarà minimo, nella fascia tra 0,25 e 0,5%. E' poi previsto un atteggiamento cauto sugli obiettivi per fine 2016, che dovrebbero suggerire una posizione ancora ampiamente accomodante da parte della Fed. Resta il fatto che la Yellen si muove in direzione opposta rispetto a quanto accade per Bce e BoJ, ancora nel pieno dei loro programmi di sostegno all'economia. E anche questa un'anomalia: storicamente c'è stata una certa sincronia tra le banche centrali, ad eccezione del 1994 quando la Bundesbank continuò a tagliare i tassi per oltre due anni, rispetto alle strette della Fed.
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Questa divergenza dovrebbe farsi sentire in primo luogo sulle valute, con l'euro chiamato a un indebolimento nei confronti di un rinvigorito biglietto verde. Ma non è detto che ciò accada subito, anche perché il mercato già ha abbondantemente prezzato il rialzo. Anzi, negli ultimi tre cicli di irrigidimento della politica monetaria è stato proprio il dollaro a indebolirsi nell'immediato, salvo poi riprendere l'atteso percorso di risalita nel medio-lungo termine. La banca svizzera comunque vede solo un "modesto" apprezzamento del biglietto verde. Per quanto riguarda il mercato azionario, di nuovo Crédit Suisse nota che il primo innalzamento dei tassi da parte della Fed ha storicamente generato una correzione azionari del 7% circa, ma non ha mai marcato la fine di una fase espansiva dei listini. A sei mesi dalla stretta monetaria, infatti, in media i listini si sono trovati il 2,2% sopra il livello che avevano raggiunto prima che la Banca centrale Usa si muovesse. Sul fronte dei tassi d'interesse obbligazionari, la previsione per il rendimento dei decennali americani è di una crescita al 2,7 e poi al 2,95% a metà e quindi alla fine del prossimo anno. Per altro, proprio i fondi che investono in prodotti high yeld (ad alto rendimento, ma con grandi rischi), sono al centro di una crisi che ha portato alcuni operatori del settore a pochi passi dall'andare gambe all'aria. In genere, comunque, una stretta della politica monetaria è vista come favorevole ai bond. Non bisogna però dimenticare che la decisione arriva in un contesto ancora anomalo, con il bilancio della Fed e della Bce cresciuto esponenzialmente a seguito dei rispettivi Quantitative easing: insomma, sul mercato c'è ancora tanta liquidità in cerca di collocazione che contribuisce a creare incertezza.
Anche i mercati emergenti guardano con interesse e tanta preoccupazione a quanto accade a Washington. Già in una fase difficile per le loro economie, i Paesi in sviluppo sono stati colpiti dall'incertezza sull'effettivo aumento o meno dei tassi. Per certi versi, dunque, una decisione rimuove questo loro 'esser sospesi', come annota Edwin Gutierrez di Aberdeen AM. Il grande timore però riguarda la sostenibilità del loro debito, espresso in dollari e quindi suscettibile di un appesantimento con un rafforzamento del biglietto verde. "Ma se la Fed alza i tassi in linea con le aspettative, non ci sarà nessun impatto sensibile sul debito dei mercati emergenti". Anche sulla prospettiva inflattiva di quei Paesi, le cui monete si sono fortemente svalutate, "ci sono segnali che il loro tessuto economico ha fatto importanti passi avanti: la maggior parte dei Paesi ha saputo controllare l'inflazione, riguadagnando competitività". Gli economisti di Nordea condividono la riflessione, definendo quel novero di Paesi "molto meno vulnerabili" rispetto alle crisi degli anni Ottanta e Novanta, anche perché hanno riportato un bilanciamento nelle loro partite con l'estero, mentre il debito delle compagnie non finanziarie (che ad esempio in Cina rappresenta il 150% del Pil su un 225% di indebitamento totale) è espresso in valuta locale.
Alcuni dubbi sulla reazione degli emergenti, però, sorgono se si pensa al fatto che l'aumento dei rendimenti dei titoli obbligazionari in dollari potrebbe portare gli investitori a puntare su quelli, con i capitali che lascerebbero così proprio gli emergenti premiati in tempi di bassi rendimenti altrove. Per i Paesi esportatori in euro, come l'Italia, la speranza è invece che la debolezza della moneta unica dia spinta ulteriore all'export.
Borse caute in attesa della mossa di Washington
A differenza di quanto accade in condizioni 'normali', la politica monetaria non interviene questa volta per combattere le pressioni dell'inflazione. E' buona norma per il governatore, infatti, agire sui tassi quando vuole calmare un'economia troppo esuberante, che rischia di dar luogo a una corsa dei prezzi inarrestabile. In questa circostanza, dicono invece gli esperti del Crédit Suisse, sono due i razionali che muovono Janet Yellen: limitare la possibile esplosione di bolle nell'immobiliare o sui mercati; e crearsi un cuscinetto per poter in futuro agire con la politica dei tassi, nel caso di un rallentamento economico. Se la crescita cambiasse verso, infatti, oggi la Fed non avrebbe margini d'azione: si deve allontanare dalla fascia dei 'tassi zero' che caratterizza ormai la politica della Fed dal lontano 2008 (per ironia della sorte, raggiunta sotto Ben Bernanke proprio il 16 dicembre). C'è anche qualche timore che questa mossa possa portare a una effettiva recessione, ma secondo gli economisti non è ancora il caso di preoccuparsi per l'ingresso in una fase calante dei mercati. Nonostante, ormai da oltre sei anni, il Pil Usa si espanda - e quindi sarebbe lecito attendersi un rallentamento -, gli analisti vedrebbero più a rischio i corsi azionari con una piena occupazione (disoccupazione al 4%, contro il 5% attuale) e una crescita dei salari più sostenuta.
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Per gli osservatori il rialzo dei tassi sarà minimo, nella fascia tra 0,25 e 0,5%. E' poi previsto un atteggiamento cauto sugli obiettivi per fine 2016, che dovrebbero suggerire una posizione ancora ampiamente accomodante da parte della Fed. Resta il fatto che la Yellen si muove in direzione opposta rispetto a quanto accade per Bce e BoJ, ancora nel pieno dei loro programmi di sostegno all'economia. E anche questa un'anomalia: storicamente c'è stata una certa sincronia tra le banche centrali, ad eccezione del 1994 quando la Bundesbank continuò a tagliare i tassi per oltre due anni, rispetto alle strette della Fed.
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Questa divergenza dovrebbe farsi sentire in primo luogo sulle valute, con l'euro chiamato a un indebolimento nei confronti di un rinvigorito biglietto verde. Ma non è detto che ciò accada subito, anche perché il mercato già ha abbondantemente prezzato il rialzo. Anzi, negli ultimi tre cicli di irrigidimento della politica monetaria è stato proprio il dollaro a indebolirsi nell'immediato, salvo poi riprendere l'atteso percorso di risalita nel medio-lungo termine. La banca svizzera comunque vede solo un "modesto" apprezzamento del biglietto verde. Per quanto riguarda il mercato azionario, di nuovo Crédit Suisse nota che il primo innalzamento dei tassi da parte della Fed ha storicamente generato una correzione azionari del 7% circa, ma non ha mai marcato la fine di una fase espansiva dei listini. A sei mesi dalla stretta monetaria, infatti, in media i listini si sono trovati il 2,2% sopra il livello che avevano raggiunto prima che la Banca centrale Usa si muovesse. Sul fronte dei tassi d'interesse obbligazionari, la previsione per il rendimento dei decennali americani è di una crescita al 2,7 e poi al 2,95% a metà e quindi alla fine del prossimo anno. Per altro, proprio i fondi che investono in prodotti high yeld (ad alto rendimento, ma con grandi rischi), sono al centro di una crisi che ha portato alcuni operatori del settore a pochi passi dall'andare gambe all'aria. In genere, comunque, una stretta della politica monetaria è vista come favorevole ai bond. Non bisogna però dimenticare che la decisione arriva in un contesto ancora anomalo, con il bilancio della Fed e della Bce cresciuto esponenzialmente a seguito dei rispettivi Quantitative easing: insomma, sul mercato c'è ancora tanta liquidità in cerca di collocazione che contribuisce a creare incertezza.
Anche i mercati emergenti guardano con interesse e tanta preoccupazione a quanto accade a Washington. Già in una fase difficile per le loro economie, i Paesi in sviluppo sono stati colpiti dall'incertezza sull'effettivo aumento o meno dei tassi. Per certi versi, dunque, una decisione rimuove questo loro 'esser sospesi', come annota Edwin Gutierrez di Aberdeen AM. Il grande timore però riguarda la sostenibilità del loro debito, espresso in dollari e quindi suscettibile di un appesantimento con un rafforzamento del biglietto verde. "Ma se la Fed alza i tassi in linea con le aspettative, non ci sarà nessun impatto sensibile sul debito dei mercati emergenti". Anche sulla prospettiva inflattiva di quei Paesi, le cui monete si sono fortemente svalutate, "ci sono segnali che il loro tessuto economico ha fatto importanti passi avanti: la maggior parte dei Paesi ha saputo controllare l'inflazione, riguadagnando competitività". Gli economisti di Nordea condividono la riflessione, definendo quel novero di Paesi "molto meno vulnerabili" rispetto alle crisi degli anni Ottanta e Novanta, anche perché hanno riportato un bilanciamento nelle loro partite con l'estero, mentre il debito delle compagnie non finanziarie (che ad esempio in Cina rappresenta il 150% del Pil su un 225% di indebitamento totale) è espresso in valuta locale.
Alcuni dubbi sulla reazione degli emergenti, però, sorgono se si pensa al fatto che l'aumento dei rendimenti dei titoli obbligazionari in dollari potrebbe portare gli investitori a puntare su quelli, con i capitali che lascerebbero così proprio gli emergenti premiati in tempi di bassi rendimenti altrove. Per i Paesi esportatori in euro, come l'Italia, la speranza è invece che la debolezza della moneta unica dia spinta ulteriore all'export.