Economia

L'economista: "Mossa Fed giusta, i costi su chi ha mutui e sullo Stato che s'indebita"

Il commento del professor Angelo Baglioni, dell'Università Cattolica di Milano, all'incremento dei tassi Usa

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MILANO - La Federal Reserve ha deciso di avviare la normalizzazione della politica monetaria, disponendo un incremento dei tassi che mancava dal lontano 2006. Da allora i tassi avevano iniziato a calare, fino a raggiungere nel dicembre 2008 il livello minimo di prossimità allo zero, che è durato fino ad oggi. "Si tratta di un provvedimento atteso e corretto, anzi forse un po' tardivo", sostiene l'economista Angelo Baglioni, professore dell'Università Cattolica di Milano.

Professore, chi ci rimette con questo innalzamento del costo del denaro?
In prima battuta chi sottoscrive e chi emette debiti, visto che l'innalzamento dei tassi sui Fed Funds porta a un incremento a catena dei tassi. Penso a chi, negli Stati Uniti, sottoscrive un mutuo; ma anche allo Stato, che emetterà del debito più caro. 

I mercati si aspettavano questa mossa, eppure l'ultimo periodo è stato caratterizzato da grande volatilità. Si aspettava una gestione diversa di questo momento?
Bisogna dire che negli ultimi mesi Yellen non è stata particolarmente decisa nel comunicare le prospettive di politica monetaria. La cosiddetta 'forward guidance', cioè la capacità dei banchieri centrali di condizionare l'aspettativa dei mercati dosando nel giusto modo la comunicazione, è stato un punto debole dell'operato della presidente Fed.

Quale crede siano le ripercussioni dopo l'annuncio di oggi?
Oltre all'aumento, contenuto, dei tassi quel che importa è il cammino di irrigidimento della politica monetaria durante il prossimo anno. A seconda di quanto sarà sostenuto, ne deriverà il percorso di rafforzamento del dollaro. Una valuta Usa più forte penalizza le grandi imprese Usa che esportano, nonostante l'economia americana sia molto rivolta al consumo interno. 

Molti temono effetti a catena sui mercati emergenti, che sono già in fase di rallentamento economico.
Non credo che su quei Paesi ci sarà un effetto dirompente. Certo, verranno 'danneggiate' le imprese che emettono debito denominato in dollari, e in alcune economie ci sono molti debiti in valuta estera. Se quelle società non si sono protette contro il rischio di cambio, subiranno un aggravio del costo del loro indebitamento. Bisogna poi considerare il problema dei flussi di capitale. Un aumento dei tassi rende più attraenti le attività finanziarie denominate in dollari, che offriranno rendimenti più vantaggiosi. Si prospetta uno spostamento del denaro investito nei mercati emergenti - perché recentemente erano gli unici a offrire un po' di rendimento - verso i più sicuri strumenti Usa.

La politica della Fed influenzerà anche la Banca centrale europea?
La divergenza tra le due situazioni si amplia. Negli Stati Uniti è in corso la 'exit strategy', la fine delle misure straordinarie adottate per fronteggiare la crisi economica con l'azzeramento dei tassi e le iniezioni di liquidità sui mercato attraverso i programmi di Quantitative easing, conclusi un anno fa. E' un processo giusto, oggi rafforzato. In Europa siamo solo all'inizio. Si può pensare che la stessa scelta della Bce, nell'ultima riunione, di ampliare il piano di acquisti, ma in misura limitata, fosse figlio dell'aspettativa di una mossa Fed. In un certo senso, Draghi può aver deluso coscientemente i mercati, sapendo che oggi Yellen avrebbe agito in direzione opposta alla sua: così la Fed completa l'operazione della Bce, dandole maggior consistenza.

In poche parole, si dovrebbe deprezzare maggiormente l'Euro?
Lo stesso Draghi ha detto che il tasso di cambio è un riferimento importante. E' il parametro che tocca direttamente anche le imprese italiane, che possono trarre beneficio da una moneta più debole, per le loro esportazioni. Ma non bisogna dimenticare gli effetti della mossa Fed sulla stabilità finanziaria: troppa liquidità nel sistema e bassi rendimenti - dati dai tassi a zero - hanno portato gli investitori a puntare su strumenti rischiosi. Questo è sempre un pericolo, anche perché non è stata una dinamica limitata ai grandi fondi, ma propria anche dei portafogli comuni. C'è sempre un rischio maggiore in questi investimenti, motivo per cui una normalizzazione della politica monetaria e delle scelte dei risparmiatori è quanto mai auspicabile.