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Borse deboli: dopo la Bce il faro è su Grecia e titoli di Stato

La Banca centrale europea ha confermato la sua politica di tassi bassi e Draghi ha ribadito l'urgenza di riforme strutturali chiedendo più sforzi alla Ue. Ad Amsterdam l'Ecofin discute la proposta olandese di porre un tetto all'esposizione della banche verso i titoli di Stato, mentre l'Eurogruppo cerca un'intesa - ancora lontana - su Atene. Milano -0,25%
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MILANO - L'attenzione dei mercati si sposta dal petrolio e dalla Bce agli incontri europei in agenda ad Amsterdam, dove i ministri delle Finanze dell'Eurozona parleranno di Grecia - "accordo possibile e necessario" secondo il Commissario Ue, Pierre Moscovici, mentre per il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, "oggi non sarà presa alcuna decisione" -, ma anche dell'ipotesi di porre un tetto all'esposizione delle banche sui titoli di Stato. Un proposta che arriva direttamente dalla presidenza olandese della Ue, ma alla quale l'Italia si oppone: "Non c'è alcuna possibilità che si accetti un percoso sui titoli di Stato senza una strategia complessiva. Deve prevalere l'interesse dell'Europa, non dei singoli Stati" ha detto da New York il presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi.

Sulla stessa linea olandese c'è anche la Germania secondo cui i titoli di Stato non possono …
MILANO - L'attenzione dei mercati si sposta dal petrolio e dalla Bce agli incontri europei in agenda ad Amsterdam, dove i ministri delle Finanze dell'Eurozona parleranno di Grecia - "accordo possibile e necessario" secondo il Commissario Ue, Pierre Moscovici, mentre per il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, "oggi non sarà presa alcuna decisione" -, ma anche dell'ipotesi di porre un tetto all'esposizione delle banche sui titoli di Stato. Un proposta che arriva direttamente dalla presidenza olandese della Ue, ma alla quale l'Italia si oppone: "Non c'è alcuna possibilità che si accetti un percoso sui titoli di Stato senza una strategia complessiva. Deve prevalere l'interesse dell'Europa, non dei singoli Stati" ha detto da New York il presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi.

Sulla stessa linea olandese c'è anche la Germania secondo cui i titoli di Stato non possono essere considerati privi di rischio e sono un potenziale pericolo per la stabilità finanziaria di una istituzione creditizia. Invece, secondo l'Italia, ma anche per la Francia, il debito pubblico è fonte di stabilità per i bilanci delle banche: "Oggi la priorità della direzione della politica economica europea - replicato Renzi - sono la crescita e gli investimenti". Una tesi sposata anche dal presidente della Bce, Mario Draghi, che ieri dopo aver confermato la politica sui bassi tassi ha invitato gli Stati dell'Eurozona a "fare i compiti a casa" accelerando sulle riforme strutturali: "Sono quattro anni - ha detto - che la Bce sostiene da sola l'economia. La politica monetaria, però, non può risolvere ogni problema, serve l'intervento dell'Ua e dei singoli Paesi".

A Milano Piazza Affari chiude debole con un -0,25%, mentre gli altri mercati del Vecchio continente sono appesantiti dalle nuove vicissitudini legate al caso dieselgate e dal primo rosso di Volkswagen dal 1993: Londra chiude a -1,11%, Francoforte cede lo 0,6% e Parigi lo 0,29%. Chiusura mista per la Borsa di Wall Street. L'indice Dow Jones guadagna lo 0,12% fino a 18.003,75 punti. L'indice Nasdaq cala dello 0,80% fino a 4.906,23 punti. L'euro chiude in calo sul dollaro ma sempre sopra quota 1,12. La moneta unica viene scambiata a 1,1246 sul biglietto verde mentre guadagna nei confronti della valuta nipponica a 125,2350 yen. Avanza il dollaro sullo yen a 111,4115. Lo spread si allarga in area 125 punti, mentre i Btp rendono l'1,48%.

Dal punto di vista macroeconomico (l'agenda), in Italia gli ordini all'industria registrano un lieve incremento a febbraio e anche le vendite al dettaglio sono positive. Dalle maggiori economie dell'Eurozona arrivano gli indici Pmi sul settore manifatturiero, che anticipano l'andamento economico raccogliendo le impressioni dei direttori agli acquisti delle aziende: segnali positivi dalla Germania, con l'indicatore che si conferma sopra la soglia di espansione (50 punti) e sale a 51,9 puni ad aprile da 50,7 a marzo. Battuta d'arresto, invece, in Francia: scende a 48,3 punti e indica una contrazione dell'economia. A livello di Eurozona, il Pmi manifatturiero di aprile scende a 51,5 da 51,6, mentre il composito lima 0,1 punti a quota 53. Anche negli Usa l'attività manifatturiera ha rallentato il passo in aprile: il Pmi redatto da Markit si è fermato a 50,8 punti, in ribasso dai 51,5 del mese precedente e contro i 52 punti attesi: è il livello più basso da settembre 2009.

Nel frattempo secondo il sondaggio della Bce su 53 esperti di previsioni, l'inflazione dell'Eurozona si attesterà sullo 0,3% quest'anno per salire all'1,3% nel 2017 e all'1,6% nel 2018. La stima è stata rivista al ribasso rispetto a gennaio quando venne indicato un tasso allo 0,7% per l'anno in corso e 1,4% per il 2017. La revisione riflette principalmente l'andamento dei prezzi del petrolio. Secondo il sondaggio l'economia crescerà gradualmente dell'1,5% del 2016 fino all'1,7% del 2018, grazie alla domanda interna, sostenuta dalla politica monetaria e dal basso livello dei prezzi dell'energia.

In mattinata la Borsa di Tokyo ha archiviato un'altra chiusura in rialzo dopo aver aperto le contrattazioni in calo, complice un dollaro debole, ma poi nel corso della seduta ha invertito la rotta sostenuta dal ripiegamento dello yen e un balzo dei titoli bancari su attese di misure di sostegno della Banca del Giappone che si riunisce la prossima settimana. Probabilmente i mercati sono convinti che l'intervento della BoJ sarà massiccio anche alla luce del calo del Pmi - da 49,1 a 48 punti - e del maggior peggioramento della condizioni di produzione manifatturiera dal gennaio 2013. Il Nikkei ha chiuso in progresso dell'1,2% archiviando la settimana con un guadagno del 4,3 per cento.

Sul fronte della materie prime, infine, il petrolio è in aumento: alla chiusura delle Borse europee, il Wti torna sopra 44 dollari al barile e il Brent si rafforza a 45,6 dollari (entrambi guadagnano più del 2%). L'oro spot è poco mosso a 1.242 dollari l'oncia.