Nonostante le quote dei bookmakers abbiano segnato un netto calo della Brexit al 26% dal 43% dello scorsa settimana, gli addetti ai lavori restano in ansia in attesa del voto: l'agenzia di rating S&P ha detto chiaramente che un'uscita dall'Unione comporterebbe un immediato taglio al giudizio Aaa del Regno Unito, il massimo previsto. Le urne chiuderanno alle 22 britanniche, ma i primi risultati arriveranno per mezzanotte con i voti in arrivo da Gibilterra.
Brexit, gli economisti: l'origine dei mali Ue sta nel surplus tedesco
Anche di fronte al rischio Brexit, ci sono alcuni economisti che riconoscono una radice tedesca per spiegare il grande spavento che sta vivendo l'Unione europea. Ne danno conto Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione sulla rivista Economiaepolitica.it, sulla quale sottolineano come i profondi squilibri delle bilance commerciali rappresentino una molla per l'allontanamento britannico dall'Unione, mentre l'economia tedesca trae vantaggio. "A ben vedere", scrivono i professori, "il principale problema che investe il Regno Unito, accentuatosi dopo la crisi 2008, è la crescita del disavanzo commerciale, cioè l'eccesso delle importazioni di beni e servizi sulle esportazioni". Nel 2015, il saldo delle partite correnti della Corona è stato negativo per 5 punti percentuali di Pil. Per un disavanzo britannico c'è un avanzo tedesco: la Germania ha sfondato l'8% del Pil e da tempo è nel mirino Ue per questa posizione che indebolisce i vicini. "La relativa stabilità dell'euro a dispetto dei surplus germanici", attaccano ancora, "configurano una particolare condizione di vantaggio per la Germania che mette in difficoltà gli altri Paesi dell'eurozona ma anche quelli che aderiscono all'Unione Europea e quindi anche il Regno Unito, il cui export verso il resto dell'Unione Europea rappresenta la metà del totale britannico (circa 185 miliardi di euro nel 2015). Insomma, la politica 'neo-mercantilistà tedesca, protetta ed esaltata dalla moneta unica, alimenta gli squilibri nell'Eurozona e in tutta l'Unione Europea". Proprio questi ultimi, al di là dell'esito del referendum, "sembrano fatti apposta per esaltare squilibri e tensioni tra i popoli d'Europa".
Oltre a Brexit la giornata è carica di appuntamenti macroeconomici di rilievo (l'agenda dei mercati). A Francoforte si tiene il consiglio generale della Bce. Gli indicatori di Markit segnalano un forte balzo a maggio del Pmi manifatturiero della Germania, con un rialzo oltre le attese a 54,4 punti (sopra 50 punti c'è espansione economica). Debole invece l'indicazione dall'industria francese, con il Pmi in contrazione a 49,9 punti. In calo anche i servizi. A livello di Eurozona, l'indice Pmi manifatturiero sale nettamente a 52,6 punti, al di sopra della stima di consenso degli analisti (51,3). Dall'Italia, l'Istat segnala un andamento positivo per fatturato e ordini dell'industria ad aprile Negli Usa, infine, le vendite di case nuove in maggio sono scese del 6%, meno del -9% preventivato dagli analisti, mentre il superindice dell'economia ha deluso le attese con un calo dello 0,2% a maggio.
Sul fronte delle materie prime, il prezzo del petrolio è volatile a New York: dopo un avvio positivo, quando terminano le contrattazioni in Europa il Wti cede l'1% circa a 48,8 dollari al barile. L'oro è in lieve calo a 1.265 dollari l'oncia. L'euro chiude stabile a 1,1344 dollari, mentre l'arretramento dello yen, bene difensivo, a quota 105,35 sul dollaro e a 119,22 sull'euro è un ulteriore indizio della scommessa dei mercati sul Bremain. La sterlina ripiega leggermente a 1,4789 dollari dopo aver aggiornato a 1,4948 dollari il proprio massimo del 2016. Lo spread tra Btp e Bund cala sotto 130 punti base in chiusura di seduta, con il rendimento del decennale del Tesoro all'1,39%.
In mattinata, la Borsa di Tokyo ha chiuso in rialzo. L'indice Nikkei è salito dell'1,07% a 16.238,35 punti. Deboli gli scambi e in ribasso lo yen. Ieri sera, la Borsa americana ha mostrato tutto il suo nervosismo in attesa del risultato del referendum inglese: l'indice Dow Jones è arretrato dello 0,27% a 17.780 punti, lo Standard & Poor's 500 dello 0,17% a 2.085 punti e il Nasdaq dello 0,22% a quota 4.833. A pesare sugli indici sono stati i settori energetico e tecnologico, il primo danneggiato da cali nel prezzo del greggio per una flessione minore del previsto nelle scorte statunitensi e il secondo da previsioni di bilancio deludenti di Adobe e Hp.