MILANO - La crisi allarga il divario tra ricchi e poveri e manda definifivamente in soffitta la regola di Adriano Olivetti. L'imprenditore illuminato di Ivrea non voleva che i suoi dirigenti guadagnassero più di 10 volte la paga dei lavoratori più modesti. Lo riteneva un tetto equo, soprattutto utili a non creare acredini. Eppure anche in Italia dove il salary gap non è ampio come negli Stati Uniti, in media un dipendente guadagna 31 volte in meno rispetto all'amministratore delegato, ma se quest'ultimo cumula altre cariche (come spesso accade) si può arrivare a fino a 43 volte. Tradotto per guadagnare quando il suo capoazienda il dipendente italiano dovrebbe lavorare almeno 31 anni. Anche quando le imprese anziché crescere perdono terreno. E' quanto emerge dai dati dei 50 maggiori gruppi industriali e finanziari dell'Annuario R&S, la Ricerche e Studi di Mediobanca, elaborati dagli analisti. In confronto è più basso il distacco tra l'appannaggio annuo del presidente e quello del lavoratore medio, 9 volte inferiore, mentre per il solo direttore generale il multiplo è di 23 volte.
Se il tema dei salari resta un tasto dolente, migliora il gender gap tra uomini e donne. Il divario si assottiglia, ma solo per quello che riguarda la presenza femminile nei consigli di amministrazione dei 50 maggiori gruppi industriali e finanziari quotati in Borsa: nell'ultimo anno le quote rosa sono aumentate dal 26 al 30%, anche se per le posizioni di vertice la presenza femminile è solo del 12%. Non cambia invece nel 2015 l'età media dei cda ferma a 58 anni: d'altra parte si sa, l'Italia non è un paese per giovani. Nei board delle società pubbliche l'età media è appena più bassa, pari a 55 anni, nelle banche è di 58,5, e la presenza femminile è del 35%, piu alta rispetto alla media. Guardando ai singoli gruppo, il cda più giovane è quello di Acea (50 anni l'età media), quello più "anziano" Ferragamo (66,5 anni), quello più rosa Edison (56% di donne). Sei i membri ultraottantenni di cui quattro presidenti, un presidente onorario e un vice presidente. Uno solo, Leonardo Del Vecchio, oltre che presidente è anche a.d..
Dal punto di vista finanziario si allarga anche il divario tra la performance dei big dell'industria privata e quelli pubblici: i primi mostrano resilienza e pure vivacità di fronte alle complessità e difficoltà del contesto, puntando soprattutto sull'estero, i secondi arretrano, optando anche per dismissioni che ne sminuiscono fatturato e occupazione oltre alla dimensione internazionale. Il privato batte nettamente il pubblico anche per redditività, addirittura lo doppia, ma i colossi di stato restano inequivocabilmente al top per il monte-dividendi. Nel 2015 - indica R&S Mediobanca - il fatturato dell'industria italiana è calato del 5% sul 2014, con -4,2% sul mercato domestico e -5,4% all'estero. Senza le dismissioni pubbliche il calo sarebbe dell'1,1%. Il settore pubblico accusa un arretramento dei ricavi del 16,1%; i big privati, invece, mettono a segno una significativa crescita (+7,5% su basi grezze e +7,9% omogeneo), favorita dall'estero (+10,2% contro un calo in italia del 2,3% grezzo e dello 0,6% omogeneo).
Se il tema dei salari resta un tasto dolente, migliora il gender gap tra uomini e donne. Il divario si assottiglia, ma solo per quello che riguarda la presenza femminile nei consigli di amministrazione dei 50 maggiori gruppi industriali e finanziari quotati in Borsa: nell'ultimo anno le quote rosa sono aumentate dal 26 al 30%, anche se per le posizioni di vertice la presenza femminile è solo del 12%. Non cambia invece nel 2015 l'età media dei cda ferma a 58 anni: d'altra parte si sa, l'Italia non è un paese per giovani. Nei board delle società pubbliche l'età media è appena più bassa, pari a 55 anni, nelle banche è di 58,5, e la presenza femminile è del 35%, piu alta rispetto alla media. Guardando ai singoli gruppo, il cda più giovane è quello di Acea (50 anni l'età media), quello più "anziano" Ferragamo (66,5 anni), quello più rosa Edison (56% di donne). Sei i membri ultraottantenni di cui quattro presidenti, un presidente onorario e un vice presidente. Uno solo, Leonardo Del Vecchio, oltre che presidente è anche a.d..
Dal punto di vista finanziario si allarga anche il divario tra la performance dei big dell'industria privata e quelli pubblici: i primi mostrano resilienza e pure vivacità di fronte alle complessità e difficoltà del contesto, puntando soprattutto sull'estero, i secondi arretrano, optando anche per dismissioni che ne sminuiscono fatturato e occupazione oltre alla dimensione internazionale. Il privato batte nettamente il pubblico anche per redditività, addirittura lo doppia, ma i colossi di stato restano inequivocabilmente al top per il monte-dividendi. Nel 2015 - indica R&S Mediobanca - il fatturato dell'industria italiana è calato del 5% sul 2014, con -4,2% sul mercato domestico e -5,4% all'estero. Senza le dismissioni pubbliche il calo sarebbe dell'1,1%. Il settore pubblico accusa un arretramento dei ricavi del 16,1%; i big privati, invece, mettono a segno una significativa crescita (+7,5% su basi grezze e +7,9% omogeneo), favorita dall'estero (+10,2% contro un calo in italia del 2,3% grezzo e dello 0,6% omogeneo).