Iran, Trump e Opec: i pezzi sullo scacchiere del petrolio, che sale ai massimi da tre anni
(ap)
Le scorte Usa scendono più delle attese. Gli economisti si dividono: con nuove sanzioni Usa all'Iran e le tensioni geopolitiche, c'è chi vede il barile proiettato verso 70-80 dollari
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MILANO - Oltre ai mercati azionari, anche il petrolio sta conoscendo una fase di corsa che ha proiettato le quotazioni dell'oro nero ai massimi degli ultimi tre anni. I picchi sono stati aggiornati quando il greggio Wti si è portato verso 63,5 dollari al barile, mentre il Brent ha superato quota 69 dollari.
Le quotazioni del Wti negli ultimi cinque anni
Ci sono state alcune variabili temporanee a spingere i corsi del greggio in questa fase. Su tutte, la tensione interna all'Iran che secondo gli operatori rischia di destabilizzare il terzo maggior produttore del cartello Opec, proprio nella fase di lento disgelo dei rapporti commerciali internazionali. Fino a inizio anno, inoltre, l'oleodotto Forties nel Mare del Nord britannico è rimasto fermo, per circa tre settimane, per la scoperta di una perdita avvenuta l'11 dicembre scorso. Attraverso Forties transita circa il 40% della produzione di idrocarburi del Mare del Nord britannico e la gestione è in mano alla società Ineos, che ha acquisito il controllo della rete Forties Pipeline System nell'ottobre scorso da Bp per circa 250 milioni di dollari. Il malfunzionamento è poi rientrato.
In tutto questo, l'industria americana rimette in moto i suoi motori, come mostra il dato Baker Hughes sull'andamento delle perforazioni di pozzi petroliferi, che marca strettamente il rincaro dei prezzi. Il difficile equilibrio tra domanda e offerta fa sì, infatti, che all'aumentare dei corsi gli operatori americani rientrino in gioco (visto che hanno costi di produzione più elevati dei colossi Opec), spingendo il livello di produzione globale e di fatto controbilanciando i tagli del cartello, che vuole limitare l'offerta per sostenere il prezzo. Non a caso, secondo un resoconto di Bloomberg l'output a stelle e strisce potrebbe presto superare i 10 milioni di barili al giorno, nel giro di un mese, per raggiungere un picco oltre 11 milioni nel novembre 2019. Intanto le ultime indicazioni che arrivano dalle scorte Usa spingono per l'ottimismo. A supportare queste indicazioni sono arrivate il 10 gennaio le stime sulle scorte settimanali di petrolio, crollate oltre le attese di quasi 5 milioni di barili. "Ci sono segnali per una nuova discesa importante degli stock", commentava prima dei dati ufficiali Ric Spooner, analista di CMC Markets, sottolineando che il "trend positivo è tuttora in atto".
Il riavvio delle trivellazioni Usa
L'amministrazione Trump ha giocato la sua carta, con una picconata all'eredità di Barack Obama: il dipartimento che si occupa delle risorse naturali della nazione (inclusi parchi e foreste) e di supervisionare le attività di esplorazione su suolo pubblico - ha dato il via libera a un piano record di concessioni in cinque anni per le attività di esplorazione ed estrazione offshore di petrolio e gas. Attività che riguardano gli oceani Pacifico e Atlantico e il Mar Glaciale Artico. Tra il 2019 e il 2024 verrà offerto il 90% circa dell'area offshore di competenza della nazione, la più grande di sempre. Con Obama, soltanto il 6% di quell'area sarebbe stata aperta a simili attività. La mossa dell'amministrazione Trump permetterà ad aziende petrolifere ed energetiche di esplorare aree intoccabili da decenni e apre a una battaglia con gli ambientalisti, che non vogliono attività di esplorazione al largo delle coste di Stati che vanno dalla California alla Florida passando per la North Carolina. Il governatore della Florida, il repubblicano Rick Scott, si è già detto contrario preferendo tutelare ambiente e turismo. "Diventeremo la potenza energetica più forte", ha detto il ministro dell'interno Ryan Zinke in una call con la stampa. "Abbiamo certamente gli asset per diventarlo".
Il 2017 si è chiuso come secondo anno di fila di recupero dei valori dell'oro nero, soprattutto grazie all'estensione dei tagli alla produzione Opec. Che il 2018 sarà tutto fuorché un anno "liscio" è evidente anche dalle diverse posizioni che stanno assumendo gli analisti a riguardo. Gli economisti di BofA Merril Lynch non si fidano dei recenti rialzi e nella loro ultima pubblicazione mensile che getta uno sguardo sui principali fattori dei mercati non apportano modifiche alla loro stima sull'andamento delle materie prime. "Nonostante il prezzo del petrolio si sia alzato", annotano gli esperti, "muovendosi oltre la soglia di 60 dollari al barile di Wti, le nostre previsioni continuano a individuare il greggio a un prezzo medio nella fascia dei 50 dollari per quest'anno". Diversa la convinzione che emerge da Citigroup. Se l'equilibrio tra produzione e domanda - con il ruolo-chiave dei produttori americani che si oppongono ai tagli dell'Opec - è il fondamentale che sta dietro ai prezzi, le variabili impazzite sono molte e potranno avere un ruolo determinante. Si citano eventi geopolitici come le tensioni mediorientali, i venti di guerra in alcuni quadranti del planisfero, la Nord Corea e soprattutto il fattore Trump, con la possibile stretta sulle sanzioni all'Iran che rimescolerebbe ancora le carte in tavola. Da sole, nuove sanzioni potrebbero spingere in alto il prezzo del greggio di 5 dollari. Se si aggiungono all'elenco le instabilità di Iraq e Libia, ecco che per gli esperti non sarebbe un'eresia vedere il barile tra 70 e 80 dollari.
Il livello di produzione Opec