Non bonus ma welfare, le donne chiedono equilibrio tra famiglia e carriera
di Elisabetta Camussi , di Elisabetta CamussiIn Italia le donne paiono avere chiare le ragioni della denatalità. All’università Bicocca abbiamo da poco concluso una ricerca (non un sondaggio) di psicologia sociale che ha analizzato le motivazioni sottese a questo fenomeno, spesso banalizzato. Tramite un questionario abbiamo chiesto di descrivere quali fossero le eventuali “barriere” – psicologiche e/o sociali ed economiche – che ostacolano i progetti di genitorialità. Le rispondenti sono state donne di cultura medio-alta, per il 55% entro i 34 anni e per il restante entro i 50 (la raccolta dei dati sugli uomini è in corso).
Le domande preved…
In Italia le donne paiono avere chiare le ragioni della denatalità. All’università Bicocca abbiamo da poco concluso una ricerca (non un sondaggio) di psicologia sociale che ha analizzato le motivazioni sottese a questo fenomeno, spesso banalizzato. Tramite un questionario abbiamo chiesto di descrivere quali fossero le eventuali “barriere” – psicologiche e/o sociali ed economiche – che ostacolano i progetti di genitorialità. Le rispondenti sono state donne di cultura medio-alta, per il 55% entro i 34 anni e per il restante entro i 50 (la raccolta dei dati sugli uomini è in corso).
Le domande prevedevano la possibilità di indicare sia il numero di figli desiderati (anche nessuno), che quelli effettivamente avuti o previsti, sia l’indicazione delle barriere e degli ostacoli percepiti, che portano a limitare i progetti genitoriali o a rinunciarvi.
I risultati mostrano che per più del 50% delle donne l’ostacolo alla generatività è dato dall’impossibilità di immaginare un futuro che permetta un soddisfacente equilibrio tra famiglia e carriera: è un tema non nuovo, ma che a oggi si traduce più frequentemente nella rinuncia alla genitorialità, in nome del legittimo valore attribuito all’indipendenza economica e allo sviluppo professionale. A nulla serve, in questa prospettiva, l’adesione a uno stereotipo tradizionale di femminilità: nemmeno le donne che più fortemente credono alla maternità come “destino naturale” si esprimono incondizionatamente a favore della natalità.
Anche a loro manca una prospettiva solida di welfare, non risolvibile soltanto attraverso bonus, assegni o quozienti, così come le spaventa il peso delle aspettative sociali: essere all’altezza di un “destino naturale” non è cosa da poco. Per più del 20% delle rispondenti, oltre al timore di “non essere all’altezza” degli standard di perfezione materna (che nessuna teoria scientifica ha mai dichiarato essere necessari, anzi), pesano la paura delle trasformazioni corporee e dell’esperienza del parto. Non ultimo fra i timori c’è la mancanza di un futuro sostenibile: il 7% considera la popolazione mondiale già troppo numerosa, ritiene che andrebbero adottati i minori soli e che crisi climatiche e disuguaglianze siano irreversibili.
Tra i risultati c’è infine il dato relativo al 18,3% di donne che dichiara «di non voler avere figli, ma di non saper dire il perché», manifestando così una legittima difficoltà nel mettere a tema la questione che, oltre ad esprimere un diritto di scelta consapevole, chiederebbe anche una narrazione meno divisiva e stigmatizzante nei confronti delle donne tutte. Di fronte a questi ostacoli alla natalità, le soluzioni auspicate dalle partecipanti vedrebbero cambiamenti a livello politico, sociale, organizzativo e individuale: welfare di prossimità, servizi diffusi e di qualità; un work/life balance che coinvolga entrambi i partner; una consapevolezza condivisa del valore sociale della genitorialità; servizi di consulenza che sostengano la progettualità femminile a lungo termine, strategie di coping per far fronte alle difficoltà; interventi che coinvolgano sistematicamente entrambi i partner.
Sappiamo bene che gli effetti di queste azioni non potranno essere visibili a breve. E proprio per questo si deve cominciare subito: nella consapevolezza che i figli che in Italia non abbiamo avuto negli ultimi 20 anni (e che forse continueremo a non avere) sono i giovani uomini e donne migranti che invece potremmo accogliere. Ma questa è un’altra storia.
Professoressa associata di Psicologia sociale dell’Università Milano Bicocca