Dottor Antonio Gozzi, lei guida la Duferco ed è presidente di Federacciai, un settore ciclico per definizione. Come valuta il terzo trimestre italiano a crescita zero?
"Dopo due anni di boom da luglio in poi abbiamo registrato un rallentamento della domanda di acciaio, sia nei prodotti lunghi sia in quelli piani. Il nostro è un settore trainato per due terzi dagli investimenti fissi che hanno risentito negativamente dell’aumento dei tassi di interesse. Ma è un rallentamento ciclico”.
Com’è la situazione fuori dall’Italia?
“A livello mondiale la produzione di acciaio è stabile, in Cina ci sono segnali di rallentamento, le buone notizie arrivano solo dagli Stati Uniti. Se andasse in porto l’accordo tra Ue ed Usa si potrebbe ricominciare a esportare al di là dell’Atlantico. Certo le incertezze geopolitiche non aiutano a fare previsioni accurate”.
Le esportazioni italiane continuano a tener su l’economia?
“Mi ha veramente impressionato il dato delle esportazioni italiane nei primi sei mesi, quasi 350 miliardi, saranno almeno 600 a fine anno, la metà di tutto il fatturato della manifattura italiana. È un bel segnale anche rispetto a paesi come la Germania la cui industria è molto più concentrata e meno diversificata”.
Cosa servirebbe all’Italia per non finire in recessione?
“Basterebbe riuscire a mettere a terra il Pnrr, che è uno strumento anticiclico e che può compensare i cali della domanda. Basterebbero anche 100 miliardi di cui la metà in infrastrutture per sprigionare una forte domanda interna”.
L’inflazione ora sta calando, quanto ci vorrà per rimettere in moto un circolo virtuoso?
“Le migliori notizie per l’economia italiana vengono dalla riduzione dell’inflazione che si porta con sè il calo dei prezzi dell’energia e il conseguente abbassamento dei tassi di interesse. Così si possono riprendere gli investimenti”.
Alla Duferco di Brescia avete inaugurato un nuovo laminatoio che ha richiesto 250 milioni di investimenti. Le politiche pubbliche vi hanno aiutato?
“Abbiamo fatto tutto da soli e il cluster dell’acciaio in Italia negli ultimi due anni ha investito 4 miliardi senza chiedere nulla a nessuno. Per natura credo nelle politiche industriali fatte dalle imprese prima ancora che in quelle pubbliche”.
Anche in situazioni di crisi come quelle di Taranto e Piombino?
“Siamo molto attenti a verificare che non vi sia competizione sleale. Se gruppi stranieri vengono in Italia a portare investimenti e management va benissimo. Se vengono a drenare soldi pubblici questo non è accettabile. Nelle due situazioni menzionate i soci privati che sono lì da tanti anni a parlare di piani di rilancio dovrebbero ricapitalizzare per sostenere le aziende invece che chiedere sostegno pubblico”.
Il governo Meloni con la manovra doveva fare qualcosa di più per le imprese?
«È intervenuto sulla riduzione del cuneo fiscale che è molto importante per risollevare il potere d’acquisto dei salariati, oggi troppo compresso».
È vero che gli acciaieri del Nord non riescono a trovare mano d’opera italiana e devono ricorrere a quella straniera?
«Sì è vero, ma è positivo che il settore siderurgico sia un esempio di integrazione di lavoratori emigrati. Nelle nostre industrie lavorano polacchi, rumeni, marocchini, algerini, indiani che vengono formati per assumere ruoli sempre più qualificanti».