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Ex Ilva, nuovo rinvio al 28 dicembre. I soci studiano due aumenti di capitale

(ansa)
Le nuove risorse per almeno 320 milioni serviranno a dare continuità all’azienda e ad acquistare gli impianti dai commissari. Ancora una settimana per allineare gli interessi di ArcelorMittal e Invitalia ma non si esclude che il governo possa studiare altre soluzioni
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MILANO – Un altro nulla di fatto per il dossier ex Ilva. Dall’assemblea riunita venerdì 22 dicembre nella sede milanese di Acciaierie d’Italia non sono arrivati passi in avanti sul futuro del siderurgico e l’azienda ha convocato un cda per il prossimo 28 dicembre. Questa nuova riunione convocata dal presidente Franco Bernabè dovrebbe servire a riproporre, forse con alcune modifiche, la delibera che era stata studiata a inizio settimana. Martedì scorso si era infatti svolta una riunione allargata e informale tra i consiglieri d’amministrazione e gli esperti (cosiddetta induction) per cercare di trovare una soluzione sul futuro dell’Ilva. Era stato deciso di proporre all’assemblea di venerdì una delibera per un vero e proprio aumento di capitale, con diritto d’opzione per i soci, da 320 milioni e che se non sottoscritto interamente poteva anche essere offerto a terzi. Al secondo punto della delibera era poi previsto l’acquisto degli impianti ex Ilva dalla procedura andando a negoziare …

MILANO – Un altro nulla di fatto per il dossier ex Ilva. Dall’assemblea riunita venerdì 22 dicembre nella sede milanese di Acciaierie d’Italia non sono arrivati passi in avanti sul futuro del siderurgico e l’azienda ha convocato un cda per il prossimo 28 dicembre. Questa nuova riunione convocata dal presidente Franco Bernabè dovrebbe servire a riproporre, forse con alcune modifiche, la delibera che era stata studiata a inizio settimana. Martedì scorso si era infatti svolta una riunione allargata e informale tra i consiglieri d’amministrazione e gli esperti (cosiddetta induction) per cercare di trovare una soluzione sul futuro dell’Ilva. Era stato deciso di proporre all’assemblea di venerdì una delibera per un vero e proprio aumento di capitale, con diritto d’opzione per i soci, da 320 milioni e che se non sottoscritto interamente poteva anche essere offerto a terzi. Al secondo punto della delibera era poi previsto l’acquisto degli impianti ex Ilva dalla procedura andando a negoziare il prezzo come prevede il decreto di agosto scorso e cercando di attivare un credito bancario. Se fosse stato necessario versare altri soldi la delibera prevedeva un ulteriore aumento di capitale con delega al cda. Con l’acquisto degli impianti dalla procedura di amministrazione straordinaria l’azienda tornerebbe ad avere delle garanzie da fornire alle banche per accedere al credito a breve termine. E così sarebbe assicurata la continuità aziendale.

Questa delibera doveva essere formalizzata da un cda di Acciaierie d’Italia convocato per giovedì sera ma che non si è svolto perché i tre rappresentanti di Invitalia non si sono presentati. Si è così andati in assemblea senza una delibera del cda da proporre ai soci. Evidentemente non c’era ancora un accordo sul da farsi. E così si è deciso di prendere un’altra settimana di tempo per verificare se le posizioni possono convergere.

Ma da quanto Repubblica è stata in grado di ricostruire le posizioni tra il socio pubblico, Invitalia (38%), e quello privato, ArcelorMittal (62%), non sono ancora allineate.

Nella serata di venerdì 22 alcune fonti finanziarie hanno detto alle agenzie che la proposta per il cda e l'assemblea arrivata da Arcelor Mittal sarebbe sostanzialmente analoga a una già respinta dal socio pubblico (Invitalia) in una precedente assemblea, perché non prevederebbe alcun impegno da parte del socio privato e non garantirebbe continuità aziendale. Secondo fonti vicine al dossier, il fabbisogno esposto e richiesto dal cda della società, infatti, non sarebbe pari a 320 milioni di euro ma a 1 miliardo e 320 milioni di euro.

In pratica Invitalia sta dicendo che servono più soldi per rilanciare l’azienda e che il socio di maggioranza, ArcelorMittal, nelle varie riunioni non ha mai detto esplicitamente che è disposto a fare la sua parte, cioé sottoscrivere il 62%, in un eventuale aumento di capitale.

Alcuni incontri di giovedì 21 dicembre tra i ministri competenti Adolfo Urso e Raffaele Fitto e il presidente Franco Bernabè avrebbero partorito l’idea di perseguire la strada giuridica che si chiama “Composizione negoziata della crisi”, un istituto che secondo il governo permetterebbe a Invitalia di esercitare il suo diritto di salire al 60% del capitale (in virtù dei 680 milioni già versati in conto aumento di capitale) e a Mittal di essere diluita 40% negoziando consensualmente con il socio franco-indiano le pretese di indennizzi o penali.

ArcelorMittal aveva infatti presentato una memoria legale in cui sostiene di aver versato nell’azienda più soldi di quanto non abbia fatto il socio Invitalia da quando sono entrambi presenti nella compagine sociale di Acciaierie d’Italia.

Ma, a sentire alcuni studi legali, quella della Composizione negoziata è una strada che rischia di portare la gestione dell’ex Ilva direttamente al Tribunale di Milano, dove Acciaierie d’Italia ha sede. L’istituto della Composizione negoziata della crisi è stato infatti studiato per aziende medio-piccole, per risolvere le controversie con i fornitori senza accedere alla procedura fallimentare. Ma nel caso dell’Ilva, un colosso industriale che ora fattura circa 4 miliardi con tre milioni di tonnellate di acciaio prodotte all’anno, la protezione del Tribunale sarebbe quasi automatica. Il rischio concreto, se si proseguisse su questa ipotesi, è che le navi possano non partire più da e per Taranto perché gli armatori le fermerebbero in attesa di un pronunciamento del Tribunale. E il governo non avrebbe più la partita in mano e dovrebbe ricorrere al commissariamento anche di Acciaierie d’Italia, come già successo anni fa per l’Ilva, i cui impianti sono tuttora di proprietà dei commissari della procedura e dati in affitto ad Acciaierie d’Italia.

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