ROMA — «Basta con queste polemiche sulla difesa dei marchi italiani. È un finto problema. La premier Meloni e il ministro Urso si dovrebbero concentrare sui prodotti assemblati in Italia, non su quale sia il logo del veicolo che esce dalle linee di montaggio». A prendere posizione alla vigilia del Tavolo Automotive, in programma oggi al ministero dell’Impresa e del Made in Italy, è Ferdinando Uliano, responsabile auto della Fim-Cisl. E lo fa dopo aver analizzato i dati di produzione dei siti italiani: un terzo dei volumi realizzati dal gruppo Stellantis, già oggi, dipende da modelli che non hanno marchi di origine italiana. E nei prossimi tre anni la quota crescerà ancora.
Nel 2023 nelle fabbriche italiane del gruppo guidato dall’amministratore delegato Carlos Tavares sono stati prodotti 751 mila veicoli, tra auto e furgoni. «Il 29,4% è rappresentato da vetture e mezzi commerciali di marchi “no Italy” - racconta Uliano - assemblati tra gli stabilimenti di Melfi, Pomigliano e Atessa». Una strada che la fabbrica in provincia di Potenza ha imboccato prima della fusione tra Fca e Peugeot nel 2021. «Con la fusione produrremo le Jeep in Italia», diceva Sergio Marchionne all’epoca dell’acquisizione di Chrysler da parte di Fiat. Così è stato. Nell’anno che si è da poco chiuso a Melfi sono state assemblate oltre 119 mila Jeep, Renegade e Compass. Con la nascita di Stellantis, gruppo partecipato da Exor che controlla anche Repubblica attraverso Gedi, si è fatto un passo in più. «A Pomigliano si sono prodotti oltre 32 mila esemplari di Dodge Hornet nel 2023», rimarca Uliano. Macchine che non sono destinate al mercato italiano ed europeo. «E se andiamo a guardare i dati di produzione degli stabilimenti francesi di Stellantis - sottolinea il segretario della Fim-Cisl - si scopre che al di là delle Alpi la produzione nel 2023 non ha superato le 695 mila unità, al di sotto di quella italiana. In Spagna, invece, Stellantis arriva al 27% della produzione in Europa».
Per la Fim buttarla in polemica politica è controproducente. «Il governo dovrebbe piuttosto incalzare Tavares - sottolinea Uliano - sui modelli da destinare agli stabilimenti italiani senza pensare al marchio, sulle garanzie per l’indotto, sul far pesare l’importanza del Paese dentro una logica industriale per ritornare a produrre 1 milione di auto». I nodi da sciogliere non mancano. Portano il nome dello stabilimento di Mirafiori a Torino, dove le produzioni Maserati sono in calo e i sindacati chiedono un modello in più da affiancare alla 500 elettrica. E si annunciano altre settimane di cassa integrazione. «Nel futuro di Melfi - aggiunge Uliano - oltre a due vetture Ds, una Jeep e una Lancia è prevista anche una vettura Opel che i media specializzati, mai smentiti, mettono in dubbio. Altro che confronti televisivi, Meloni dovrebbe ricevere Tavares e incalzarlo su questo, non sulla quota di italianità».