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La Cina reagisce ai dazi Ue: tasse su alcol, carne e supercar

(reuters)
Trattativa in salita con Pechino mentre Byd, Chery e Dongfeng frenano gli investimenti
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TORINO — La Cina mette nel mirino il brandy europeo e la Francia come risposta immediata ai dazi definitivi contro le auto elettriche prodotte nel Paese del Dragone. La prima ritorsione commerciale di Pechino colpisce i distillati: il ministero del Commercio della Repubblica Popolare ha deciso imposte extra provvisorie che vanno dal 30,6% al 39% con l’obbligo di deposito cauzionale alla dogana a partire da venerdì.

Pechino ipotizza altre misure, come sulla carne di maiale, sui formaggi, e sull’import di auto di grossa cilindrata per colpire la Germania e gli altri Paesi produttori di veicoli. L’obiettivo è convincere l’Europa a rivedere il regolamento entro il 30 ottobre, giorno della pubblicazione. Le trattative vanno avanti, ma Pechino si attrezza per colpire il commercio del Vecchio Continente. Le Borse hanno intercettato subito il problema. Sono fiacche e i titoli del settore perdono terreno. A Milano la Campari, che controlla Courvoisier, ha lasciato l’1,9%, mentre a Parigi Rémy Cointreau ha chiuso in ribasso del 6,37% e Pernod Ricard ha perso il 4,18%. E le azioni del gruppo francese del lusso Lvmh, proprietario di Hennessy, sono scese del 3,67%. Dazi imposti anche per marca: i prodotti Martell pagheranno il 30,6% in più contro il +38,1% di Remy Martin e il +39% di Hennessey. Courvoisier il +34,8%, valore medio applicato ai brand non indicati.

L’obiettivo è la Francia. Nella votazione di venerdì scorso la Germania ha detto «no» al balzello extra, dal +7,8% previsto per Tesla e il +35,3% imposto a Saic, che si aggiunge al 10% previsto alle dogane della Ue sulle e-car. La Spagna si è astenuta. La Francia, come l’Italia, è per il «sì». «Abbiamo fatto una seria indagine che riguarda i rischi di sovrapproduzione in alcuni settori. Abbiamo adottato decisioni appropriate e molto proporzionate, non c’è motivo di reagire con rappresaglie», dice il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni. La scelta di Pechino colpisce soprattutto il Cognac: le esportazioni francesi ammontano a circa 1,7 miliardi. Si tratta di «una pura ritorsione», tuona Parigi. Pure le imprese italiane, impegnate nel rilancio del brandy nostrano, sono preoccupate. La presidente di Federvini, Micaela Pallini, teme «un’escalation».

I produttori di auto cinesi hanno sospeso la ricerca di siti per fabbriche in Europa dopo che Byd ha scelto l’Ungheria e Chery la Spagna, ma quest’ultimo investimento rallenta. Nessuna novità da Dongfeng, colosso interessato all’Italia. Oltre al fastidio per i dazi, i cinesi, che producono in prevalenza elettriche, vogliono capire cosa succede in Europa rispetto al 2035, data di passaggio dal termico all’elettrico. I messaggi sono discordanti. Ieri il presidente del gruppo Ppe all’Europarlamento, Manfred Weber, ha detto che «è d’accordo sull’anticipo della revisione del regolamento al 2025». Il commissario Valdis Dombrovskis ha invece spiegato che «si devono raddoppiare gli sforzi per elettrificare». Il tutto mentre il comparto è in forte crisi e, oltre ai sindacati, le sigle delle imprese dell’indotto, come l’Anfia, sono pronte a chiedere al governo misure per allungare la cassa integrazione in scadenza.

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