C’è chi l’ha definito il momento Sputnik dell’Intelligenza artificiale, quello in cui gli Stati Uniti si scoprono superati dal rivale, come fu nella corsa allo spazio con il satellite russo. Non lo è, la Cina non li ha sorpassati. Ma il fenomeno DeepSeek, la startup capace di produrre due modelli di IA all’altezza di quelli americani a una frazione del prezzo, mostra che la distanza si è ridotta, che la corsa all’Intelligenza oltreumana resta aperta. Perché la Cina produce più talento informatico di chiunque. Ha piccole e grandi aziende lanciate all’inseguimento, non quante in America ma più di ogni altro Paese. Ha capitali privati e pubblici pronti a supportarle. E ha un Partito-Stato che (da tempo) cerca di mobilitare le forze della nazione per assicurarsi entro il 2030 il primato della tecnologia che moltiplicherà potenza civile e militare.
C’è chi l’ha definito il momento Sputnik dell’Intelligenza artificiale, quello in cui gli Stati Uniti si scoprono superati dal rivale, come fu nella corsa allo spazio con il satellite russo. Non lo è, la Cina non li ha sorpassati. Ma il fenomeno DeepSeek, la startup capace di produrre due modelli di IA all’altezza di quelli americani a una frazione del prezzo, mostra che la distanza si è ridotta, che la corsa all’Intelligenza oltreumana resta aperta. Perché la Cina produce più talento informatico di chiunque. Ha piccole e grandi aziende lanciate all’inseguimento, non quante in America ma più di ogni altro Paese. Ha capitali privati e pubblici pronti a supportarle. E ha un Partito-Stato che (da tempo) cerca di mobilitare le forze della nazione per assicurarsi entro il 2030 il primato della tecnologia che moltiplicherà potenza civile e militare.
DeepSeek e suoi fratelli
DeepSeek e il suo fondatore 39enne Liang Wenfeng, nuova gloria nazionale, sono degli outsider nella geografia dell’IA cinese. L’azienda nasce come un progetto personale, in cui Liang ha reinvestito i profitti e la potenza di calcolo del suo fondo di investimento algoritmico. Non ha investitori esterni né strategie commerciali, il chatbot è gratis e open source. È molto simile alla OpenAI delle origini, più un laboratorio di ricerca che un’impresa, per cui Liang ha reclutato un centinaio di giovanissimi informatici, mostrando che oltre a quelli di ritorno dalla Silicon Valley sempre più cervelli cinesi non sentono il bisogno di andarsene. Al netto dei dubbi sui numeri dichiarati e delle accuse di violazione del copyright, DeepSeek tutti per la capacità di combinare, distillare e ottimizzare i modelli più avanzati in circolazione, rilasciando a poche settimane di distanza un’IA uguale o superiore a quelle di OpenAI (Gpt), Google (Gemini) o Meta (Llama).
Ma rimontare non significa superare. Tanto più che siamo all’inizio di un nuovo filone - le IA “che ragionano” - in cui le Big Tech americane sono già pronte a saltare avanti. Sfidarle alla frontiera è la missione che si sono dati gli altri campioni mandarini. Le “tigri dell’IA”, cioè le tante startup come Zhipu e Moonshot nate da spinoff dell’Università Tsinghua, “l’MIT di Pechino”. E i colossi del digitale come ByteDance (quella di TikTok), il motore di ricerca Baidu, il cui bot Ernie ha 340 milioni di utenti, o Alibaba, che la scorsa settimana ha lanciato l’ultima versione del suo Qwen che dichiara superiore sia a DeepSeek che ad OpenAI.
Il censimento dei grandi modelli di IA, nel 2023, diceva Stati Uniti 109 e Cina 20. E se è vero che quelli in mandarino si affacciano sempre di più al vertice delle classifiche di potenza, e accumulano milioni di utenti, finora i grandi avanzamenti tecnologici sono sempre stati realizzati dalle aziende americane. Perché? Il primo punto riguarda la ricerca: la Cina domina per quantità, gli Stati Uniti restano avanti per qualità, con Big Tech che ne produce perfino più delle grandi università. Stesso discorso per i brevetti. L’accusa di “plagio” mossa da OpenAI a DeepSeek mostra che i leader Usa saranno sempre più attenti a proteggere la proprietà intellettuale, chiedendo alla politica di aiutarli in nome del primato nazionale.
Volontà di potenza
Il seconda divario, tra il leader e il suo (unico, ahinoi) inseguitore, è nelle risorse. Pochi giorni fa il governo cinese ha annunciato la creazione di un maxi fondo da 8,5 miliardi di dollari dedicato all’IA. Cifra considerevole, considerato l’effetto moltiplicatore. Ma lontana dalla montagna di miliardi (americani e non) che confluiscono verso i campioni dell’IA a stelle strisce. Per farsi un’idea, vedere l’indiscrezione secondo cui la giapponese Softbank sarebbe pronta a investire 25 miliardi in OpenAI, valutata oltre 300 miliardi di dollari.
I soldi servono a finanziare un aumento esponenziale della potenza di calcolo nei data center, con cui addestrare e far funzionare modelli di AI sempre più potenti. Il successo di DeepSeek è stato letto da alcuni come la dimostrazione che questo modello degli “hyperscaler” non sia l’unico possibile. Che per la Cina e gli altri inseguitori ne esista uno “low cost”. Ma la legge della scala - e relativo ritorno sugli investimenti - non è stata smentita, almeno non per i modelli di frontiera. Lo ha detto lo stesso Liang, nella riunione a cui è stato invitato dal governo dopo l’esplosione globale di DeepSeek, arruolato nell’armata dei campioni nazionali.
Questione di chip
Per il primato dell’IA servono insomma tantissimi neuroni: i chip. Che oggi significa i formidabili processori progettati dell’americana Nvidia e stampati dalla taiwanese Tsmc. Anche qui la Cina sta facendo di tutto per colmare il ritardo e rendersi autonoma. Il governo ha messo in piedi un “grande fondo” da 47 miliardi di dollari per sostenere gli sforzi che grandi aziende come Huawei e Smic stanno facendo su progettazione manifattura. Qualche risultato è stato raggiunto, il mini chip che Huawei ha inserito nel suo ultimo telefono ha spaventato gli Stati Uniti. Ma la distanza resta e per molti aspetti nella lunga filiera dell’hardware (design, macchinari, industrializzazione) è più difficile da colmare che nell’immaterialità del software.
Qui entrano in gioco i limiti alle esportazioni di chip e macchinari introdotti dagli Stati Uniti, e che Biden ha ancora rafforzato subito prima di lasciare la Casa Bianca. Obiettivi: evitare che i processori più potenti arrivino in Cina, anche per vie traverse; evitare che riesca a produrseli da sola. Secondo alcuni il fenomeno DeepSeek è la dimostrazione che è inutile, anzi stimola Pechino a innovare. Ma i chip Nvidia che la startup ha usato precedono la stretta e per i prossimi salti verso la superintelligenza ne serviranno dieci o cento volte tanti. Trump non tornerà indietro, semmai stringerà ancora le maglie.
Nonostante la rimonta cinese, l’impressione è che la partita resti in mano degli Stati Uniti. L’esito dipenderà da quanto saranno efficaci nel mettere i bastoni tra le ruote all’inseguitore (ammesso che il Partito, con la sua ossessione di controllo, non li metta da solo alle aziende cinesi). Da quanto lasceranno libero di esprimersi l’impareggiabile mix di competenze, imprenditoria e capitali di cui dispongono. Da quanto sapranno accompagnare la diffusione dell’IA (si spera con qualche regola). In fondo non importa se il momento Sputnik sia vero o no. La chiave è nella reazione che genera.