Lotta all’evasione, incassi record nonostante il flop delle sanatorie
di Valentina ConteROMA — Gli incassi da rottamazione e sanatorie crollano del 30%. Ma la premier Meloni e il fedele viceministro dell’Economia Maurizio Leo, a cui ha affidato la riforma del fisco, non se ne dolgono. Anzi cavalcano i numeri per isolare un alleato scomodo, la Lega pro condoni. E ricostruire l’immagine di un esecutivo per il fisco giusto, amico degli onesti, non dei furbi.
Il trionfalismo di Meloni e i meriti di Ruffini
Si spiega così il trionfalismo, espresso in un video di Meloni per celebrare l’incasso record ufficializzato ieri dal neo direttore dell’Agenzia delle Entrate Vincenzo Carbone: 33,4 miliardi recuperati dall’evasione nel 2024, due miliardi in più dell’anno prima (+6%). Incasso spinto più dall’azione dell’Agenzia, tra lettere di compliance e pressi…
ROMA — Gli incassi da rottamazione e sanatorie crollano del 30%. Ma la premier Meloni e il fedele viceministro dell’Economia Maurizio Leo, a cui ha affidato la riforma del fisco, non se ne dolgono. Anzi cavalcano i numeri per isolare un alleato scomodo, la Lega pro condoni. E ricostruire l’immagine di un esecutivo per il fisco giusto, amico degli onesti, non dei furbi.
Il trionfalismo di Meloni e i meriti di Ruffini
Si spiega così il trionfalismo, espresso in un video di Meloni per celebrare l’incasso record ufficializzato ieri dal neo direttore dell’Agenzia delle Entrate Vincenzo Carbone: 33,4 miliardi recuperati dall’evasione nel 2024, due miliardi in più dell’anno prima (+6%). Incasso spinto più dall’azione dell’Agenzia, tra lettere di compliance e pressing sui grandi debitori, che non dalle “paci fiscali” di Salvini (introiti calati da 5,1 a 3,4 miliardi). Agenzia guidata l’anno scorso da Ernesto Maria Ruffini (ringraziato da Carbone e Leo, ieri), uscito in polemica con l’esecutivo Meloni. Stanco di vedere «pubblici funzionari additati come estensori di un pizzo di Stato», come se «contrastare l’evasione fosse una colpa».
Il cambio di narrazione
Eppure i numeri di Ruffini ora piacciono a Meloni che li celebra. E mentre la Lega di Matteo Salvini si prepara a scendere in piazza l’8 e 9 marzo con la “gazebata” per promuovere l’ennesima «rottamazione delle cartelle per i contribuenti in buonafede», la premier prova a cambiare narrazione. «Ci accusano di aiutare gli evasori, di allentare le maglie del fisco, persino di nascondere dei condoni immaginari. Sono tutte bugie», dice nel video.
Addio tasse come pizzo di Stato. Il vento è cambiato. Si puniscono gli extracomunitari e le loro «attività apri e chiudi: ne abbiamo chiuse d’ufficio 6 mila nel 2024». Un quinto ciclo di rottamazione stonerebbe. Non solo per il costo al momento proibitivo per i conti, 5 miliardi. Ma per il messaggio: mandare a sconto anche le cartelle più recenti, quelle dell’altro ieri. La presunta difficoltà economica poi come si misura?
Meglio il concordato del condono
Non a caso il viceministro Leo fa capire che la sua riforma – «Stiamo dando un nuovo volto al fisco» – deve prendere un’altra strada. Quella avviata dal concordato biennale, dell’accordo preventivo, del fisco amico e dialogante che alla cartella non ci arriva nemmeno. Tanto più che nel magazzino fiscale, lo ricorda, «giacciono 1.275 miliardi», debiti per lo più inesigibili e da scaricare «dopo 5 anni agli enti impositori». Ecco dunque le nuove linee guida, espresse dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Fisco semplice, certo, trasparente, funzionale alla crescita del Paese, non distorsivo verso le imprese».
Il gettito spontaneo, ovvero la normalità di pagare le tasse
Si salda così l’asse con la premier Meloni: «La nostra visione è chiara, non c’è spazio per chi vuole fare il furbo, ma chi è onesto e magari si trova in difficoltà, merita di essere aiutato dallo Stato. L’hanno capito bene le famiglie e le imprese come dimostra l’andamento di versamenti spontanei che sono aumentati di circa 70 miliardi in solo due anni».
Altro che rottamazione. Il trionfo sta altrove. In quel «gettito spontaneo» da 587 miliardi entrati nelle casse dello Stato l’anno scorso – 43 miliardi in più sul 2023 (+8%), 77,4 miliardi extra sul 2022 (+15%) – che poi altro non sono che le tasse pagate da tutti gli italiani: Irpef e addizionali, Ires, Iva, registro, Irap, tributi minori. Più che spontanee, spinte dall’osservanza della legge.
Eppure Meloni preferisce festeggiare un numero frutto anche della ripresa economica e dell’alta inflazione sul carrello della spesa, piuttosto che darla vinta al condono di Salvini. Che se la vedrà con Forza Italia, di nuovo in pressing per tagliare l’Irpef al ceto medio visti i buoni risultati della lotta all’evasione. Non c’è (più) pace fiscale.