Al Vinitaly l’America ora fa paura: “Le bottiglie saranno troppo care”
dal nostro inviato Francesco ManacordaVERONA – Gusto acido, sentore di Anni ’30, note di protezionismo, retrogusto amaro, gradazione esagerata: al 20%. L’Amaro Trumpiano è parecchio indigesto, ma è questo che serve oggi la casa alle quattromila aziende arrivate al Vinitaly e ai trentamila buyers, gli acquirenti che sono sbarcati da 149 paesi per chiudere quei contratti che ogni anno portano le nostre bottiglie oltreconfine per otto miliardi di euro, due dei quali solo verso gli Usa. Molti americani, tra di loro, molto perplessi, abbastanza preoccupati.
Un texano come Tim Norris, ceo di Folio, medio importatore da 2 milioni e mezzo di bottiglie l’anno, e un biglietto da visita fitto di etichette italiane e europee, si dice come da copione «ottimista». «Ma il mercato è stato già difficile negli ultimi due anni. E adesso, se i dazi dovessero restare, alcuni produttori potrebbero avere problemi. Spero che si possa negoziare, ma anche se dovesse restare in vigore un dazio generale degli Usa verso il resto del mondo al…
VERONA – Gusto acido, sentore di Anni ’30, note di protezionismo, retrogusto amaro, gradazione esagerata: al 20%. L’Amaro Trumpiano è parecchio indigesto, ma è questo che serve oggi la casa alle quattromila aziende arrivate al Vinitaly e ai trentamila buyers, gli acquirenti che sono sbarcati da 149 paesi per chiudere quei contratti che ogni anno portano le nostre bottiglie oltreconfine per otto miliardi di euro, due dei quali solo verso gli Usa. Molti americani, tra di loro, molto perplessi, abbastanza preoccupati.
Un texano come Tim Norris, ceo di Folio, medio importatore da 2 milioni e mezzo di bottiglie l’anno, e un biglietto da visita fitto di etichette italiane e europee, si dice come da copione «ottimista». «Ma il mercato è stato già difficile negli ultimi due anni. E adesso, se i dazi dovessero restare, alcuni produttori potrebbero avere problemi. Spero che si possa negoziare, ma anche se dovesse restare in vigore un dazio generale degli Usa verso il resto del mondo al 10% sarebbe una minaccia ai consumi globali».
È questo il vero rischio: non solo e non tanto lo choc dei dazi, quanto la loro lunga fermentazione nelle botti dell’economia internazionale e una frenata dei consumi, magari innescata dall’inflazione in America. Prendiamo Antonio Rallo, che guida la sua Donnafugata ed è anche presidente del consorzio Doc Sicilia. «Un vino della mia azienda si vende in America a più 20 dollari: un aumento di qualche dollaro di per sé non sarebbe una tragedia, ma se i consumatori cominciano ad avere meno fiducia e tagliano gli acquisti, allora sono guai».
L’Unione italiana vini ha già fatto i suoi conti: l’effetto a breve termine sulle aziende di casa nostra potrebbe essere negativo per oltre 320 milioni in un anno. Il grande interrogativo e il tema degli infiniti negoziati che sono già partiti in queste ore, tra una degustazione di Barolo e una masterclass sui cocktail, è così uno solo: alla fine chi pagherà questi dazi?
Alessandro Mutinelli, presidente e ceo di Italian Wine Brands, azienda quotata in Borsa a Milano, spiega come funziona il mercato Usa. «Ci sono tre livelli prima di arrivare al cliente: gli importatori come noi, i grandi distributori, e infine il retail, che può essere un’enoteca, una catena commerciale o un ristorante. E questi passaggi, ovviamente, fanno salire il prezzo: se una bottiglia di Pinot esce dalla cantina in Italia a due euro, sullo scaffale americano lo troveremo a 10 dollari». O fra qualche giorno, magari a 12, se tutto il rincaro finirà sui consumatori.
Alfonso Aiello, che all’italianissimo nome associa il ruolo di grande distributore in Minnesota per la Wine Merchants, racconta che in quello Stato «le due grandi catene di negozi, Cosco e Total Wine & More, hanno margini di guadagno molto bassi e non accetteranno di ridurli. «I distributori, invece – questo è Damiano Sorato, vicepresidente alle vendite per Ethica Wines, sede a Miami – dicono a noi importatori che o riduciamo i prezzi alla base, oppure rovesceranno tutto sui prezzi al consumo». Ed etichette più care significano meno vendite.
«Ma noi dalla Sicilia – è ancora Antonio Rallo – abbiamo già detto ai nostri importatori in Usa che non possiamo abbassare i prezzi». Un’equazione irrisolvibile? «Non è un problema solo italiano, ma europeo – dice Giancarlo Guidolin, che guida il consorzio del Prosecco Doc, uno dei grandi successi “pop” sul mercato Usa degli ultimi anni – Per quel che ci riguarda ritengo che ci siano i margini per gestire il costo dei dazi tra i produttori e tutta la filiera che arriva al cliente». Saranno giorni di discussioni accese, a questo Vinitaly.