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Giampaolo Galli: “Recessione alle porte. Siamo a livelli pre-Covid. Spagna e Grecia meglio di noi”

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Il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici: “Von der Leyen non può imporre 600 miliardi di investimenti”
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ROMA – L’Italia è tornata «al pre-Covid, a crescere poco sopra lo zero virgola» e il prossimo trimestre, il terzo dell’anno, sarà quello dei dazi. «Rischiamo un altro segno meno», avverte Giampaolo Galli, direttore scientifico dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’università Cattolica di Milano. «Ma il vero disastro è la fine dell’ordine internazionale liberale: oggi comanda la legge del più forte».

Professor Galli, rischiamo la recessione tecnica?

«È possibile un altro trimestre negativo. L’anno dovrebbe chiudere attorno a +0,5%, già acquisito, ma non escludo un leggero calo. Torniamo ai livelli pre-Covid, quando si cresceva dello zero virgola. E mentre noi e la Germania ci fermiamo a +0,4% tendenziale nel secondo trimestre, la Spagna corre al +2,8%, il Portogallo al +1,9%, l’Olanda all’1,3%. Persino la Grecia va meglio di noi. Gli ex Pigs ci superano perché hanno fatto le riforme su lavoro, scuola, ricerca. Noi ci siamo accontentati del minimo indispensabile per incassare i…

ROMA – L’Italia è tornata «al pre-Covid, a crescere poco sopra lo zero virgola» e il prossimo trimestre, il terzo dell’anno, sarà quello dei dazi. «Rischiamo un altro segno meno», avverte Giampaolo Galli, direttore scientifico dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’università Cattolica di Milano. «Ma il vero disastro è la fine dell’ordine internazionale liberale: oggi comanda la legge del più forte».

Professor Galli, rischiamo la recessione tecnica?

«È possibile un altro trimestre negativo. L’anno dovrebbe chiudere attorno a +0,5%, già acquisito, ma non escludo un leggero calo. Torniamo ai livelli pre-Covid, quando si cresceva dello zero virgola. E mentre noi e la Germania ci fermiamo a +0,4% tendenziale nel secondo trimestre, la Spagna corre al +2,8%, il Portogallo al +1,9%, l’Olanda all’1,3%. Persino la Grecia va meglio di noi. Gli ex Pigs ci superano perché hanno fatto le riforme su lavoro, scuola, ricerca. Noi ci siamo accontentati del minimo indispensabile per incassare i fondi Pnrr. Ma è cambiata davvero la nostra pubblica amministrazione? La giustizia è più veloce?».

E i dazi di Trump?

«Non sono catastrofista: l’economia italiana e quella europea hanno superato momenti peggiori, come il crollo del dollaro dell’80% tra il 2001 e il 2008. Certo, il dazio del 15%, sommato al deprezzamento della valuta americana, ora vale un 30%. Vedremo nei prossimi mesi. Ma il vero problema è un altro: la rottura dell’ordine liberale internazionale. Oggi c’è un leader che si alza e impone un dazio del 50%. È la legge del più forte».

L’accordo con gli Stati Uniti è una capitolazione?

«Quei 600 miliardi di investimenti europei negli Usa sono numeri fuori scala. La Commissione non può obbligare gli Stati a fare investimenti, né gli Stati le imprese. I 750 miliardi di acquisti in gas e petrolio sono una cifra di gran lunga superiore alla capacità produttiva americana. Sono impegni scritti sulla carta, come quelli presi nel suo primo mandato da Trump con la Cina e mai realizzati. Intanto i mercati si affolleranno: tutti cercheranno sbocchi alternativi alle merci che non andranno più negli Stati Uniti. Non sarà facile penetrare nuovi mercati».

Il governo pensa a ristori per le imprese colpite. Giusto?

«Oltre il danno, anche la beffa: finiremmo per finanziare la riduzione del disavanzo Usa, per pagare le tasse degli americani. Preferibile migliorare Industria 5.0 e investire su ricerca e sviluppo: è la vera leva per crescere».

Qual è il punto di forza dell’Italia ora?

«Lo spread sceso a 80-90 punti. Condivido l’analisi del ministro Giorgetti: il più grande spreco è pagare interessi sul debito, oggi al 4% del Pil, più della spesa per la scuola. Ma la tentazione di una manovra espansiva pre-elettorale potrebbe farlo risalire nel 2027, quando i mercati si attendono un primo calo del debito, anche se di pochi decimali. Sarebbe un guaio. Ricordo poi che lo spread della Grecia con i bund è attorno ai 60 punti base. E che il nostro rating, pur migliorato a BBB+, ci colloca al 45esimo posto nel mondo: siamo accanto a Messico, Filippine e Botswana. Non siamo certo in serie A».

Il deficit potrebbe scendere sotto il 3% già quest’anno?

«Possibile, grazie al boom di entrate fiscali dovuto a scelte dei governi precedenti, come fatturazione elettronica e pagamenti digitali. Uscire con un anno di anticipo dalla procedura per deficit eccessivo significa non essere più vigilati speciali. E un deficit più basso aiuta a ridurre il debito. Ma niente illusioni: non ci sono tesoretti».

Addio promesse elettorali anche nella prossima manovra, la quarta del governo Meloni?

«Solo spazi molto risicati. Non vedo all’orizzonte riforme della legge Fornero sulle pensioni o tagli delle tasse significativi».

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