Economia

In Piazzetta Cuccia parte l’era Lovaglio. Con un occhio a Trieste

ALBERTO NAGEL CEO MEDIOBANCA
FRANCESCO SAVERIO VINCI DIRETTORE GENERALE MEDIOBANCA
RENATO PAGLIARO PRESIDENTE MEDIOBANCA
ALBERTO NAGEL CEO MEDIOBANCA FRANCESCO SAVERIO VINCI DIRETTORE GENERALE MEDIOBANCA RENATO PAGLIARO PRESIDENTE MEDIOBANCA 
Il futuro di Mediobanca è legato a doppio filo al 13,2% delle Generali in portafoglio. Ora i nuovi padroni del gruppo dovranno deciderne la destinazione. Al governo c’è chi parla di “ancoraggio istituzionale”

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Ora che Mediobanca è stata espugnata, ci si domanda cosa ne sarà in futuro. Per mezzo secolo la creatura di Enrico Cuccia e Raffaele Mattioli è stata il crocevia della finanza italiana, nel bene e nel male. Dal 2003 a oggi, sotto la gestione di Alberto Nagel si è progressivamente affrancata dai salotti buoni e dalla politica diventando una vera public company nel 2019, quando la grandissima parte del suo capitale era custodita nei portafogli degli investitori istituzionali.

Poi sono tornati alla ribalta i cosiddetti investitori stabili, Leonardo del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone, che a più riprese hanno rastrellato il 30% del capitale e Mediobanca è diventata un animale ibrido, metà public company con il 50% del capitale sul mercato e metà in mano ai privati, inclusi gli industriali che nel tempo hanno sostenuto la gestione dei manager-banchieri.

Lo scontro tra le due anime ha avuto un epilogo proprio in questi giorni, con la vittoria degli azionisti stabili che hanno consegnato le proprie azioni al Monte dei Paschi di Siena, l’ariete di sfondamento sostenuto dal governo Meloni e da un gruppo di casse di previdenza romane vicine alla politica.

Ora il pallino passa a loro, in primo luogo a Luigi Lovaglio, nato come banchiere commerciale che ha avuto il merito di compiere l’ultimo passo del salvataggio del Monte, dopo quindici anni di agonia e 15 miliardi di denaro dei contribuenti speso per salvarlo dalla bancarotta.

La sua Ops lanciata a gennaio 2025 ha fatto fin da subito leva sempre sul denaro pubblico: 2,9 miliardi di crediti fiscali che possono essere meglio utilizzati se scontati con gli utili provenienti da Mediobanca. Ma quel che ancora oggi non si vede all’orizzonte è il piano industriale degli scalatori, necessario per tenere insieme una banca il cui successo è stato determinato prevalentemente dagli uomini che ci lavorano.

L’idea di unire due realtà molto diverse tra di loro, cioé la rete commerciale di Mps con le fabbriche prodotto dell’investment banking e del credito al consumo di Mediobanca, finora non è stato salutato con entusiasmo dagli investitori. Tanto è vero che gli stessi investitori hanno votato in massa per la fusione tra Mediobanca e Banca Generali, proposta dal management di Piazzetta Cuccia come alternativa al piano di Lovaglio. Ma gli azionisti stabili appoggiati da altri soci rilevanti (tra cui Benetton, Unicredit, Bpm-Anima, Crédit Agricole) hanno vinto e dunque ora tocca a loro indicare la rotta del futuro.

Il destino di Mediobanca dipenderà molto dal risultato finale dell’offerta che si conclude il 22 settembre e che ha già raggiunto il 70,48% del capitale di Mediobanca. Se le adesioni finali dovessero superare il 66% e arrivare in prossimità dell’80%, come qualcuno prevede, si apre la prospettiva dell’uscita del titolo dalla Borsa e una possibile fusione con la casa madre Mps. Ma una banca non quotata è molto meno attraente per i talenti che dovranno andare a lavorarci e molto meno indipendente, essendo una divisione dell’istituto senese. Se le adesioni superassero addirittura il 90%, poi, c’è l’obbligo dell’Opa residuale che comporterebbe un altro esborso di capitale superiore al miliardo che andrebbe a indebolire il patrimonio netto del nuovo gruppo. Al contrario se le adesioni rimanessero sotto il 75% si potrebbe tenere Mediobanca come controllata e quotata in Borsa.

A seconda di quale di questi scenari diventerà concreto si potrà avviare l’impostazione strategica della Mediobanca del futuro. Il marchio dovrebbe comunque sopravvivere, anche se diventerà una divisione di Mps. Ma per tenere insieme i private banker, i consulenti finanziari con masse in gestione importanti e gli investiment banker, Lovaglio dovrà comunque trovare una figura con una forte esperienza di questo mestiere e con una sufficiente credibilità che gli permetta di evitare una “fuga di cervelli” da Piazzetta Cuccia.

Fuga che potrebbe essere alimentata dal fatto che il cda uscente ha garantito la monetizzazione di tutti i bonus e le stock option pregresse, proprio perché l’offerta di Mps è stata giudicata ostile. Dunque molte figure chiave dei business del wealth management e dell’investment banking stanno aspettando di vedere quali sono i piani e cosa garantirà la nuova gestione anche in termini di remunerazione, prima di fare le loro scelte. Sapendo che ciò che hanno guadagnato sinora è comunque già garantito.

Il futuro di Mediobanca dipende poi dal destino finale del 13,2% di azioni Generali che conserva in portafoglio. Quel pacchetto è stata la molla che ha fatto scattare l’attacco degli azionisti stabili al management di Mediobanca e, di riflesso, di Trieste. Avendo perso anche l’ultima assemblea che ha promosso la lista Mediobanca e la continuità del management, Delfin e Caltagirone hanno concentrato i loro sforzi sulla presa di Mediobanca proprio per mettere le mani su quel pacchetto che permette di avere il controllo della compagnia. Ora ce l’hanno e devono decidere la sua destinazione finale. Dagli ambienti governativi trapela l’intenzione di promuovere quello che viene chiamato “ancoraggio istituzionale”. Vale a dire la suddivisione del controllo tra varie istituzioni italiane che possano garantire stabilità e difesa da qualsiasi attacco dall’estero. Anche perché Generali gestisce più di 800 miliardi di euro, di cui buona parte di risparmio italiano che deve essere tutelato. Quindi potrebbero scendere in campo Unicredit, Intesa Sanpaolo, Poste Italiane, la Cdp, il fondo pensioni della Banca d’Italia per dar corpo a questo disegno. Con Caltagirone e Milleri a fare da perno come azionisti stabili graditi alla compagine governativa. Il nuovo corso è così avviato.

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