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Olio d’oliva, l’annata è buona: aumenta la produzione ma resta l’incognita dazi

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Le prime stime parlano di un 30% in più di oro verde rispetto all’anno scorso. Il settore, per il quale sono previsti nuovi investimenti, teme però l’impatto delle tariffe Usa e la valanga di olio spagnolo in arrivo
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ROMA – La produzione di olio italiano torna a crescere. Ma il settore resta sul “chi va là” in attesa di capire due importanti evoluzioni: quanto produrrà la Spagna, regina incontrastata dell’extravergine, e se l’aliquota dei dazi Usa cambierà ancora.

Un anno “carico”

Le prime stime di Unaprol, Coldiretti e Foa Italia parlano di 300mila tonnellate, un aumento di circa il 30% rispetto alla scorsa annata. I dati Ismea del 2024 infatti registrarono 248mila tonnellate. Pur sottolineando che la cifra potrebbe diminuire, se nelle prossime settimane pre-raccolta il meteo dovesse fare dei brutti scherzi, intanto si può dire che è il Sud a trainare la crescita, con il 30/40% di olio in più sul 2024, e a compensare le perdite di nord e centro. In particolare il Nord soffrirà un -40% sopr…

ROMA – La produzione di olio italiano torna a crescere. Ma il settore resta sul “chi va là” in attesa di capire due importanti evoluzioni: quanto produrrà la Spagna, regina incontrastata dell’extravergine, e se l’aliquota dei dazi Usa cambierà ancora.

Un anno “carico”

Le prime stime di Unaprol, Coldiretti e Foa Italia parlano di 300mila tonnellate, un aumento di circa il 30% rispetto alla scorsa annata. I dati Ismea del 2024 infatti registrarono 248mila tonnellate. Pur sottolineando che la cifra potrebbe diminuire, se nelle prossime settimane pre-raccolta il meteo dovesse fare dei brutti scherzi, intanto si può dire che è il Sud a trainare la crescita, con il 30/40% di olio in più sul 2024, e a compensare le perdite di nord e centro. In particolare il Nord soffrirà un -40% soprattutto a causa del maltempo, mentre il Centro Italia si attesterà sul -10% circa.

Resta sul tavolo la questione di sempre: “L’Italia ha uno storico deficit produttivo: la nostra agricoltura copre appena il 30% del nostro fabbisogno, interno ed estero, pari a circa un milione di tonnellate” ricorda Anna Cane, presidente del gruppo olio d’oliva di Assitol. Anche per questo le imprese italiane sono diventate maestre nel blending, cioè la tecnica che consente di ottenere oli di ottima qualità con materie prime provenienti da diversi Paesi. Di necessità, virtù.

Le due incognite

Le imprese del comparto oleario temono però l’impatto dei dazi Usa, passati da 0 al 15%. Gli Stati Uniti, continua Anna Cane, “sono il secondo consumatore al mondo di questo prodotto, con una media di circa 370mila tonnellate l’anno, a fronte di una produzione davvero esigua”. Resta da capire, dopo l’accordo tra Europa e Usa, “come si comporrà la lista dei prodotti esenti da dazi”.

“I dazi al 15% comporteranno un aggiustamento del prezzo da parte dei produttori europei” è il ragionamento di David Granieri, presidente di Unaprol, il consorzio olivicolo italiano: per non togliere competitività a un prodotto che gli Usa dovranno pagare il 15% in più, è probabile che italiani e spagnoli dovranno limare qualcosa.

Questo porta direttamente alla seconda incognita: il prezzo dell’olio spagnolo, che con una produzione stimata di 1,3 milioni di tonnellate si prepara - come ogni anno - a inondare il mercato. “Non pensiamo che la Spagna applicherà dei prezzi-shock e siamo ottimisti sul fatto che il valore dell’olio 100% italiano rimarrà intatto. Se gli spagnoli dovessero mettere sul mercato un prodotto a costi stracciati, e calcolando l’impatto dei dazi, i nostri produttori potrebbero andare in sofferenza” prevede Granieri. Giocano a nostro favore le scorte ancora presenti nei magazzini, che sono praticamente vuote a causa di un 2024 scarico. L’effetto-valanga, quindi, dovrebbe essere scongiurato.

Tanto olio sul mercato rischia di scatenare il fenomeno delle vendite sottocosto. Un rischio che preoccupa Assitol: “È un fenomeno che, negli anni, ha danneggiato e svilito l’extra vergine, facendogli perdere valore. Le continue promozioni, sulle quali puntiamo il dito da molto tempo, hanno svilito il prodotto, trattato come una qualsiasi commodity, e colpito la stessa filiera, costretta a lavorare senza la giusta remunerazione, in particolare nella sua parte agricola. Questa gara al ribasso, infatti, induce il consumatore a pensare che l’extra valga poco, quindi debba costare poco”.

Le buone notizie

Le imprese dell’olio vedono però un futuro migliore, grazie ad alcuni recenti segnali. “Il decreto Coltiva Italia, collegato alla prossima legge di Bilancio, riserva 300 milioni di euro che consentiranno al nostro Paese di ampliare la superficie coltivata a olivi. E già dal 2022 sono stati investiti circa 40 milioni di euro per incrementare la produzione italiana; nei piani di sviluppo regionali l’olivicoltura ricopre quasi ovunque un ruolo di primo piano. La considero una scintilla che dobbiamo continuare a mantenere viva” conclude Granieri di Unaprol.

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