Per una volta i benefici per la Russia superano i costi. L’operazione statunitense-israeliana contro Teheran avrà pure indebolito un suo ulteriore alleato ma, a differenza della caduta di Bashar al-Assad in Siria o della cattura di Nicolás Maduro in Venezuela, le sta procurando una serie di assi nella manica. Che Vladimir Putin non sta esitando a giocare. Ieri ha calato la carta degli idrocarburi. «Siamo pronti a collaborare con gli europei» a patto che «diano segnali di disponibilità» e decidano «di riorientarsi e garantirci una cooperazione sostenibile e stabile, libera da considerazioni politiche», ha osservato assicurando che continuerà a rifornire «partner affidabili» come Ungheria e Slovacchia. «Non ci siamo mai rifiutati».
Il gas come arma per P…
Per una volta i benefici per la Russia superano i costi. L’operazione statunitense-israeliana contro Teheran avrà pure indebolito un suo ulteriore alleato ma, a differenza della caduta di Bashar al-Assad in Siria o della cattura di Nicolás Maduro in Venezuela, le sta procurando una serie di assi nella manica. Che Vladimir Putin non sta esitando a giocare. Ieri ha calato la carta degli idrocarburi. «Siamo pronti a collaborare con gli europei» a patto che «diano segnali di disponibilità» e decidano «di riorientarsi e garantirci una cooperazione sostenibile e stabile, libera da considerazioni politiche», ha osservato assicurando che continuerà a rifornire «partner affidabili» come Ungheria e Slovacchia. «Non ci siamo mai rifiutati».
Il gas come arma per Putin
Che fosse una provocazione lo dimostra il fatto che, nei giorni scorsi, Putin aveva invece minacciato a più riprese di «interrompere le forniture di gas al mercato europeo» ancor prima dell’embargo deciso da Bruxelles entro il 2027 e di spostarle «verso i mercati che si stanno aprendo così da prendervi piede». Non «una decisione definitiva», aveva precisato, ma un «ragionamento a voce alta», elaborato non a caso all’indomani dell’incontro col ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó. Un tentativo, secondo gli analisti, di stanare gli europei che un tempo erano tra i principali acquirenti di idrocarburi russi ma che, dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, si sono impegnati a rinunciare al gas moscovita entro il prossimo anno. Piano che ora potrebbero essere costretti a ritardare.
Del resto gli Stati Uniti hanno già autorizzato l’India ad acquistare petrolio russo per 30 giorni senza timore di dazi. E, secondo Reuters, starebbero per annunciare «un vasto alleggerimento delle sanzioni» anti-russe per stabilizzare il mercato energetico. Mentre il premier ungherese Viktor Orbán già preme sulla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen perché «sospenda tutte le sanzioni imposte all’energia russa in tutta Europa».
Il petrolio a quota 100 spaventa i mercati
Oltre al gas, il petrolio. Ieri i prezzi hanno superato i 100 dollari al barile raggiungendo picchi mai visti dal 2022 perché lo Stretto di Hormuz, che rappresenta circa un quinto dei flussi globali, è stato di fatto chiuso. Una situazione di cui, secondo Putin, le aziende russe dovrebbero «approfittare». A trarne già vantaggio è il bilancio 2026 che contava sui 59 dollari al barile, aspettativa che soltanto due settimane fa appariva incredibilmente ottimistica. Inoltre, dal momento che la logistica del petrolio russo non è legata allo Stretto di Hormuz e il greggio russo Urals compete col petrolio iraniano sul mercato cinese, Mosca sta riducendo gli sconti rispetto al Brent dai 13 dollari al barile di febbraio a 4-5 per marzo e aprile.
Una drastica inversione di tendenza rispetto a inizio anno quando le entrate russe da petrolio e gas erano scese al minimo storico in quattro anni (393 miliardi di rubli) e il deficit di bilancio aveva raggiunto il record di 1,7 trilioni. Certo, è presto per parlare di un salvataggio completo degli obiettivi di bilancio, ma si tratta comunque di un’insperata boccata di ossigeno. Perciò, ha osservato Aleksandr Koljandr, ricercatore del Centre for European Policy Analysis (Cepa), «lo scenario preferito da Mosca è un conflitto prolungato e di moderata intensità, in cui il mondo non scivoli in recessione a causa del calo della domanda di petrolio, ma i prezzi rimangano elevati».
Ma i vantaggi per la Russia non si limitano alle entrate petrolifere. L’impegno in Iran ha spinto l’amministrazione statunitense a sospendere la mediazione per porre fine al conflitto in Ucraina lasciando a Mosca mani libere. I colloqui trilaterali previsti questa settimana sono stati rinviati a «data da destinarsi», ha annunciato ieri il presidente Volodymyr Zelensky. Non solo. Putin conta anche sul fatto che Stati Uniti e alleati europei di Kiev avranno ora meno opportunità, se non nessuna, di fornire missili di difesa aerea all’Ucraina dal momento che ne hanno bisogno per proteggere loro stessi. Resta, certo, il danno d’immagine.
Benché abbia perso un alleato nell’ayatollah Ali Khamenei, Putin finora ha rilasciato soltanto caute dichiarazioni, riluttante com’è a inimicarsi Trump. Ieri col presidente statunitense ha parlato per un’ora al telefono auspicando «una rapida soluzione politica e diplomatica del conflitto in Iran» e augurandosi che in Ucraina «il successo dell’avanzata delle truppe russe in Donbass incoraggi Kiev a risolvere il conflitto attraverso i negoziati», mentre alla nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha riservato un sobrio telegramma di congratulazioni promettendo «continuo sostegno». Sostegno che però finora, a dispetto delle indiscrezioni mai confermate secondo cui starebbe fornendo a Teheran informazioni di intelligence per aiutarla a colpire obiettivi statunitensi, non si è concretiz