MILANO – Il passaggio da ad di Terna a presidente di Eni della manager Giuseppina Di Foggia sta creando un moto di indignazione pubblica, sui social network si parla di amichettismo della destra, e sta imbarazzando seriamente il governo Meloni che tre anni fa l’ha nominata su input preciso della premier e della sorella Arianna. Vediamo i fatti e cosa può succedere da adesso in avanti. Il contratto della Di Foggia con Terna, a quanto dicono i suoi legali, prevede nel caso di uscita con l’assemblea del 12 maggio, un’indennità di fine mandato che potrebbe arrivare a 7,3 milioni. Un contratto che non teneva conto della direttiva del Mef del 2023 che sconsigliava l’erogazione di buonuscite milionarie nel caso di scadenza naturale del mandato o di dimissioni, ma che nei tre anni di reggenza di Di Foggia a Terna nessuno ha mai contestato.
Ora con la designazione di Di Foggia a presidente Eni, prevista con l’assemblea del prossimo 6 maggio, è scoppiato il bubbone. La manager per assumere la…
MILANO – Il passaggio da ad di Terna a presidente di Eni della manager Giuseppina Di Foggia sta creando un moto di indignazione pubblica, sui social network si parla di amichettismo della destra, e sta imbarazzando seriamente il governo Meloni che tre anni fa l’ha nominata su input preciso della premier e della sorella Arianna. Vediamo i fatti e cosa può succedere da adesso in avanti. Il contratto della Di Foggia con Terna, a quanto dicono i suoi legali, prevede nel caso di uscita con l’assemblea del 12 maggio, un’indennità di fine mandato che potrebbe arrivare a 7,3 milioni. Un contratto che non teneva conto della direttiva del Mef del 2023 che sconsigliava l’erogazione di buonuscite milionarie nel caso di scadenza naturale del mandato o di dimissioni, ma che nei tre anni di reggenza di Di Foggia a Terna nessuno ha mai contestato.
Ora con la designazione di Di Foggia a presidente Eni, prevista con l’assemblea del prossimo 6 maggio, è scoppiato il bubbone. La manager per assumere la nuova carica nel Cane a sei zampe dovrebbe dimettersi da Terna come recita lo statuto al punto 15.5, poiché non si può essere consiglieri di due società energetiche contemporaneamente. Con le dimissioni Di Foggia perderebbe i 7,3 milioni di “severance” e andrebbe a prendere uno stipendio annuale di circa 500 mila euro. Il mancato indennizzo risponderebbe anche alla regole del cosiddetto “pantouflage”, che non prevede buonuscita nel caso si passi da un incarico a un altro sotto lo stesso azionista. Terna è controllata da Cdp reti, Eni è controllata da Cdp e Mef, formalmente non è lo stesso azionista ma è lo stesso gruppo, il controllore ultimo è il Mef. Ma c’è materia per gli studi legali.
Le tre strade
Le strade che ha davanti Di Foggia, a questo punto, sono tre. Si dimette da Terna entro il 5 maggio e il 6 viene nominata alla presidenza dell’Eni, perdendo la severance da 7,3 milioni. Oppure non si dimette da Terna, si presenta il 6 per essere eletta alla presidenza Eni, ma il giorno 7 il cda di Terna che è già convocato per l’approvazione dei dati trimestrali chiede la sua revoca da ad per incompatibilità in base all’articolo 15.5 dello statuto. Con la revoca da Terna perderebbe la severance da 7,3 milioni.
Oppure ancora, terza ipotesi, rinuncia alla poltrona in Eni, va fino a fine mandato in Terna e a quel punto il suo contratto da 7,3 milioni dovrebbe essere valido anche se il Mef potrebbe provare a contestarglielo in base alla direttiva del 2023.
La seconda ipotesi, quella in cui Di Foggia non si dimette e va a prendersi la carica in Eni, è però molto difficile da realizzarsi. La stessa premier Giorgia Meloni le ha chiesto di decidere al più presto cosa vuol fare, e in caso di mancate dimissioni potrebbe, d’intesa con il Mef, procedere alla sua sostituzione nella lista per il cda Eni prima dell’assemblea del 6 maggio.