Decreto Primo maggio, verso il ritiro dell’emendamento che salva i contratti pirata
di Valentina ConteROMA – L’imbarazzo del governo sul decreto Primo maggio è palpabile. L’emendamento dei relatori Rizzetto-Nisini-Tenerini rimette in pista i contratti pirata. E di fatto vanifica l’obiettivo della premier Giorgia Meloni, rivendicato in più occasioni dopo il varo del provvedimento: «Chi sottopaga, usa contratti pirata o fa concorrenza sulla pelle dei lavoratori non potrà beneficiare delle risorse dello Stato, degli incentivi pubblici per le assunzioni». Grazie a quell’emendamento succederà.
Ecco perché più fonti, tra Palazzo Chigi e ministero del Lavoro, convergono nel considerare la proposta pasticciata e dannosa. Al punto da allontanare anche i sindacati “riconquistati” che avevano espresso un plauso per il decreto: Cisl e Uil. Favorendo sigle minori vicine alla Lega e in particola…
ROMA – L’imbarazzo del governo sul decreto Primo maggio è palpabile. L’emendamento dei relatori Rizzetto-Nisini-Tenerini rimette in pista i contratti pirata. E di fatto vanifica l’obiettivo della premier Giorgia Meloni, rivendicato in più occasioni dopo il varo del provvedimento: «Chi sottopaga, usa contratti pirata o fa concorrenza sulla pelle dei lavoratori non potrà beneficiare delle risorse dello Stato, degli incentivi pubblici per le assunzioni». Grazie a quell’emendamento succederà.
Ecco perché più fonti, tra Palazzo Chigi e ministero del Lavoro, convergono nel considerare la proposta pasticciata e dannosa. Al punto da allontanare anche i sindacati “riconquistati” che avevano espresso un plauso per il decreto: Cisl e Uil. Favorendo sigle minori vicine alla Lega e in particolare al sottosegretario Claudio Durigon,indicato come l’artefice del pasticcio: Ugl, Confsal, Cisal. Quando domani mattina la commissione Lavoro della Camera inizierà a votare, non si esclude l’esito più probabile: il ritiro dell’emendamento.
Il principio di equivalenze e i contratti pirata
Walter Rizzetto, presidente in quota Fratelli d’Italia della commissione, difende sui social la proposta che porta anche la sua firma: «Il principio di equivalenza era già formalizzato nel testo base». Vero. Nel decreto licenziato da Palazzo Chigi a fine aprile c’è scritto che per le aziende che applicano contratti collettivi firmati da imprese e sindacati non rappresentativi o che non applicano alcun contratto possono prendere gli sgravi pubblici solo in un caso.
Se il “tec”, il trattamento economico complessivo pagato al lavoratore è quello dei contratti leader, firmati da Cgil, Cisl e Uil e dalle più importanti organizzazioni d’impresa. Ma il testo non definisce il tec. Lo fa l’emendamento Rizzetto-Nisini-Tenerini. E la definizione è così ampia da includere di tutto e di più, anche il welfare. Così che anche i “contrattini”, quelli che sottopagano i lavoratori e danno meno diritti, potranno beneficiare degli sgravi, entrando nell’elenco dei “buoni” col salario giusto.
Le obiezioni di Cgil, Cisl e Uil
Cgil, Cisl e Uil parlano di «entrata a gamba tesa» nella contrattazione tra le parti. «Ma come: il governo Meloni da sempre si rifiuta di stabilire per legge un livello di salario minimo e poi viene a disciplinare per legge cosa entra nel tec?», dice la Cisl.
Nel tec, se passasse l’emendamento ci sarebbero «tutte le voci retributive fisse e continuative, dirette, indirette e differite, comprese le mensilità aggiuntive e le indennità contrattuali fisse e continuative, nonché le prestazioni di welfare contrattuale riconosciute alla generalità dei dipendenti». E poi: «Sono in ogni caso escluse le voci retributive discrezionali e variabili riconosciute ai singoli lavoratori».
Una dilatazione tale che Cgil, Cisl e Uil, oltre a Pd e M5S, chiedono il ritiro dell’emendamento. Bisognerà fare in fretta. C’è tempo solo domani. Poi martedì verrà posta la fiducia sul testo, votata mercoledì in aula alla Camera. Tra mercoledi e giovedì il voto finale e il passaggio in Senato.