Ad un mese dalle elezioni presidenziali russe destinate a celebrare e rinnovare l’indiscusso potere di Vladimir Putin, la morte dell’irriducibile oppositore Aleksej Navalny in una remota colonia penale artica è la sorpresa di febbraio che svela al mondo intero come lo zar del Cremlino abbia in realtà i piedi d’argilla.
Se infatti la prigionia di Navalny in Siberia, destinata a durare 30 anni, testimoniava per i russi l’impossibilità di sfidare Putin, così come avveniva per la deportazione dei dissidenti nei gulag siberiani ai tempi dell’Urss, ora la sua morte improvvisa solleva il dubbio che lo zar avesse in effetti paura di lui.
Che Putin ne abbia ordinato l’uccisione o che Navalny sia stato assassinato da chi dentro la nomenklatura vuole spingere Putin verso uno scontro ancora più duro contro l’Occidente, il responsabile di questa morte è infatti il leader del Cremlino perché è stata sua la decisione di deportarlo in una delle prigioni più gelide del Pianeta al fine di isolarlo…
Ad un mese dalle elezioni presidenziali russe destinate a celebrare e rinnovare l’indiscusso potere di Vladimir Putin, la morte dell’irriducibile oppositore Aleksej Navalny in una remota colonia penale artica è la sorpresa di febbraio che svela al mondo intero come lo zar del Cremlino abbia in realtà i piedi d’argilla.
Se infatti la prigionia di Navalny in Siberia, destinata a durare 30 anni, testimoniava per i russi l’impossibilità di sfidare Putin, così come avveniva per la deportazione dei dissidenti nei gulag siberiani ai tempi dell’Urss, ora la sua morte improvvisa solleva il dubbio che lo zar avesse in effetti paura di lui.
Che Putin ne abbia ordinato l’uccisione o che Navalny sia stato assassinato da chi dentro la nomenklatura vuole spingere Putin verso uno scontro ancora più duro contro l’Occidente, il responsabile di questa morte è infatti il leader del Cremlino perché è stata sua la decisione di deportarlo in una delle prigioni più gelide del Pianeta al fine di isolarlo dai russi, fiaccarne la resistenza fisica e morale, e trasformarlo nel simbolo dell’intoccabilità del suo potere.
Da quando Navalny è stato aggredito dagli agenti del Cremlino gettando il veleno Novichok sui suoi vestiti, su un aereo russo nell’agosto del 2020, è diventato chiaro al mondo intero che Putin lo considerava una seria minaccia.
Il motivo è l’identità di Navalny: un cittadino russo come tanti altri ma impegnato a documentare e denunciare con ogni mezzo — dai droni ai social network — sprechi, corruzione e frodi di Putin e della sua cerchia di potere.
Un quarantenne nazionalista che amava il suo Paese ed accusava il Cremlino di sfruttarlo per diventare più ricco e potente a scapito di milioni di altri connazionali.
Ovvero, portatore di un messaggio potente e rivoluzionario perché veniva dal basso, dal cuore della Grande Madre Russia, imputando a Putin di averla tradita a proprio uso e consumo come, prima di lui, avevano fatto i Romanov, Stalin e altri leader sovietici.
Da qui la volontà di Putin di piegarne la resistenza, dimostrarne a tutti la sudditanza totale, come anche la scelta opposta di Navalny di sfidarlo a viso aperto, scegliendo di tornare in Russia — dopo essere stato salvato in Germania dall’avvelenamento del suo sangue — per dimostrare ai russi che non aveva paura di lui. Davanti a Putin, che regna da 24 anni imponendo la paura, Navalny era un russo comune che non aveva paura.
E ciò è stato vero fino all’ultimo perché, pur dall’isolamento siberiano, Navalny era riuscito a far conoscere il suo sostegno per la campagna politica che punta al cuore del sistema di potere di Putin: costruita attorno alla militanza anti-guerra da parte di uomini e donne, giovani ed anziani, che da San Pietroburgo a Vladivostok semplicemente non vogliono morire per Kiev e rifiutano la scelta di aver precipitato la Russia in un conflitto infinito con l’unico obiettivo di resuscitare un impero sovietico per cui le nuove generazioni non hanno alcuna nostalgia, preferendo invece vivere in maniera assai simile ai coetanei di Londra, Parigi, New York e Berlino.
Da qui l’ipotesi che forse non è un caso la coincidenza fra la decisione di Mosca di impedire — l’8 febbraio — la candidatura presidenziale di Boris Nadezhdin, candidato apertamente anti-guerra, e la morte di Navalny avvenuta solo otto giorni dopo. Se Nadezhdin era lo sconosciuto per il quale migliaia di russi si mettevano in fila a dispetto di gelo e neve per sostenere la sua sfida di opporsi al conflitto in Ucraina, Navalny era l’avversario più conosciuto determinato a trasformare la stessa opposizione in un movimento di popolo con cui, in qualche maniera, Putin avrebbe dovuto fare i conti.
Per un presidente russo alla ricerca di una rielezione con percentuali talmente vistose — forse oltre l’80 per cento — capaci di trasmettere in ogni angolo del mondo l’immagine della sua invincibilità, lo scenario di un Paese palcoscenico del rifiuto della guerra da lui voluta è l’incubo da allontanare in ogni modo. E ad ogni prezzo.
Ma ora che Nadezhdin è stato squalificato e Navalny eliminato, il potere di Putin anziché apparire più forte, destinato a superare ogni orizzonte di tempo, si mostra invece in tutta la sua vulnerabilità.
Riproponendo la debolezza che distingue ogni dittatura: se Xi Jinping ha avuto paura della “rivolta degli ombrelli” ad Hong Kong, se gli ayatollah di Teheran perseguitano le donne che si tolgono l’hijab, se i taleban afghani impediscono alle ragazze di studiare, se Bashar Assad ha usato i gas contro i civili di Damasco e se Kim Jong-un obbliga i nordcoreani a osannarlo è perché sotto qualsiasi latitudine la minaccia più temibile per il dispotismo viene dalla incontenibile volontà dei cittadini di essere liberi e non sottomessi.
Una volontà che Navalny ha incarnato per i russi e che ora continuerà a inseguire ovunque Putin.