Editoriali

Scontri a Pisa: il governo, il dissenso e la polizia

Ecco cosa c’è dietro la dismisura dei manganelli e la loro sproporzione. Ed ecco perché Sergio Mattarella si è sentito in dovere di intervenire, fermando una dinamica che poteva diventare rischiosa
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Che cosa resta sul campo dopo la settimana di polemiche sull’uso violento dei manganelli da parte delle forze dell’ordine contro le manifestazioni degli studenti? Quasi senza accorgercene siamo entrati in un ambito delicato che riguarda il rapporto tra la potestà del governo legittimo, la neutralità degli apparati dello Stato e la libertà costituzionale dei cittadini di manifestare le loro idee, non importa se in dissenso.

Al centro di questo triangolo stanno dunque due questioni di fondo, che meritano di essere considerate: la relazione tra il potere governativo e la pubblica opinione, che quando si organizza o scende in piazza per protestare non può diventare automaticamente un problema di antagonismo da reprimere con la violenza, come se vivessimo in uno stato di perenne tensione, alle soglie dell’emergenza quotidiana; e la tentazione della destra di ideologizzare il tema dell’ordine pubblico, trasformando le polizie da strumenti della sicurezza dei cittadini in soggetti sociali protagonisti in proprio, attori espliciti della nuova era.

Entrambi i temi ingigantiscono un problema non risolto, e cioè la concezione dello Stato di questa destra estrema che ci governa, con un piede ancora fuori dal sistema e l’altro ben saldo nelle stanze di comando del Palazzo. Cominciamo da qui.

La conquista del governo, in una democrazia, non è la presa del potere: in particolare non lo è nel senso classico e mitologico del termine. Chi per capacità, talento e circostanze storiche è riuscito a prevalere nella competizione elettorale ha grazie al consenso la piena legittimità per la guida esecutiva del Paese, potendo contare sulla maggioranza parlamentare che è uscita dalle urne e che il Capo dello Stato certifica affidandogli la premiership sulla base del programma, delle intese tra gli alleati e delle promesse fatte agli elettori. E il leader, divenuto presidente del Consiglio, ha il diritto e il dovere di sviluppare il suo progetto di governo secondo la sua visione del mondo e la sua linea d’impostazione politica.

Da quel momento, un minuto dopo la fiducia delle Camere, tutto ritorna teoricamente contendibile nel mercato effimero del consenso, dove maggioranza e opposizione riaprono il confronto quotidiano davanti alla pubblica opinione, a partire dai rispettivi ruoli e dalle diverse responsabilità.

In più e soprattutto, il Capo del governo quando riceve gli onori del drappello militare dopo l’incarico, e si inchina alla bandiera, compie un passaggio di condizione e non solo di ruolo, e da leader di partito diventa anche uomo (o donna, nel nostro caso) di Stato.

Può cioè realizzare le sue idee, per le quali è stato scelto dai cittadini, ma deve nello stesso tempo tendere al bene comune, muovendosi nell’interesse generale armonizzandolo col legittimo interesse della sua parte politica, che ha ottenuto l’investitura dagli elettori.

Nella piena libertà di portare avanti i suoi propositi e tradurli in pratica, il Capo del governo deve cioè contribuire — come gli altri organi e istituzioni — a tenere insieme il Paese nella sua unità, nel rapporto tra rappresentanti e rappresentati, nel concerto tra i poteri. Trasformare questo spirito repubblicano comune in una competizione istituzionale o peggio in una concorrenza al vertice dello Stato è rischioso per tutti, proprio perché l’equilibrio costituzionale è una misura della democrazia, e la garantisce.

Tutto diventa poi particolarmente delicato, e addirittura pericoloso, quando si chiamano in causa le forze armate, i servizi segreti, le polizie, e in proposito invece di costruire una posizione comune scattano letture di comodo, strumentalmente di parte.

L’interpretazione dei fatti di Pisa, con il manganello protagonista in una manifestazione studentesca e pestaggi ingiustificati, non è stata univoca, anche se il Capo della polizia Pisani ha subito dichiarato che «purtroppo» ci sono stati comportamenti degli agenti che dovranno essere valutati «con severità e trasparenza», e il ministro dell’Interno ha detto di «condividere» il forte richiamo del Capo dello Stato sull’autorevolezza delle forze dell’ordine che «non si misura sui manganelli» ma sulla capacità di garantire sicurezza e libertà.

In realtà la posizione del governo si discosta da quella di Mattarella. Prima Salvini ha rovesciato la realtà intimando «giù le mani dalla polizia», poi la stessa premier a poche ore dall’intervento del presidente della Repubblica ha denunciato come «pericoloso» il fatto che «le istituzioni tolgano sostegno alla polizia», innescando il sospetto di un conflitto tra Palazzo Chigi e il Quirinale, su un tema altamente sensibile.

Meloni sabato 2 marzo ha smentito l’intenzione di polemizzare con Mattarella, negando qualsiasi contrasto con il Colle e spiegando che le sue critiche erano rivolte ai parlamentari della sinistra. Ma la precisazione, arrivata in ritardo, non cancella i segnali impropri che sono venuti in questi giorni dalla destra, preoccupata più di tutelare gli ambiti di polizia che gli spazi di democrazia.

Dovrebbe essere chiaro che le polizie sono al servizio dei cittadini e delle istituzioni esercitando il monopolio della forza per garantire la sicurezza di tutti, attraverso le norme costituzionali, le leggi dello Stato, i principi dell’umanità e del buon senso: nel riferimento condiviso alla democrazia come metodo, regola e orizzonte comune.

Si è seguita invece la strada contrapposta attraverso una difesa pregiudiziale della polizia e delle sue azioni da parte della destra, con il rischio di trascinare la forza pubblica dentro una logica impropria di appartenenza, e col risultato di una politicizzazione imprudente e immediata dei suoi interventi pubblici a tutela della sicurezza.

Ecco cosa c’è dietro la dismisura dei manganelli e la loro sproporzione, ed ecco perché il Capo dello Stato si è sentito in dovere di intervenire immediatamente, fermando una dinamica che poteva diventare rischiosa.

Dopo tre giorni di silenzio, mentre parlava impropriamente l’intendenza, la premier pare aver compreso il richiamo di Mattarella: in uno Stato democratico non si ideologizza la funzione della polizia, chiunque governi, persino nella stagione della destra più radicale della storia repubblicana.

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