Nel secondo giorno di lutto nazionale per l'attacco jihadista che ha fatto 20 morti, tra i quali nove italiani - oltre a sei membri del commando e due poliziotti - la cerimonia è stata blindatissima per motivi di sicurezza. Dopo l'omaggio della premier, è stato permesso l'accesso ai familiari. Solo più tardi lo stadio militare è stato aperto al pubblico.
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Il rientro in Italia delle salme "avverrà con ogni probabilità nella serata di domani" ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a margine del vertice sui Balcani a Parigi. Alle 18 all'aeroporto Ciampino, secondo quanto dichiarato da Alfredo Graziani, sindaco di Magliano Sabina (Rieti), città di nascita di Simona Monti, uccisa a Dacca: "La comunicazione è arrivata dalla Farnesina alla famiglia poche ore fa".
I corpi saranno poi trasferiti all'istituto di medicina legale dell'ospedale Gemelli di Roma per gli esami autoptici. Graziani ha confermato che "al rientro del corpo di Simona il paese rispetterà il lutto cittadino". Ancora incertezza sui funerali di Stato in Italia.
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Vestiti normali, a scuola o in giro con gli amici. Poi, alcuni mesi fa, sono svaniti nel nulla, probabilmente per votarsi alla jihad. Sono Rohan Ibni Imtiaz, Meer Saameh Mubasheer e Nibras Islam, tre degli attentatori che a Dacca hanno ucciso 20 persone, tra le quali nove italiani. Tutti giovani bengalesi di buona famiglia, che frequentavano le scuole migliori del Paese e in alcuni casi avevano studiato all'estero. Le foto sono state raccolte da Site e dal The Daily Star, e messe a confronto con quelle diffuse dallo Stato islamico dei 'martiri' in tenuta da combattimento. Rohan Ibni Imtiaz era figlio di un uomo politico del partito di governo. Di lui non si avevano notizie da gennaio. La zia ha raccontato che a un certo punto "aveva cominciato a pregare" e che "spesso riceveva telefonate dalla Malesia", dove aveva studiato. Dagli agenti del commissariato in cui fu denunciata la sua scomparsa Raimondo Bultrini di Repubblica ha appreso che la famiglia aveva cercato di coprire il ragazzo e di portare gli inquirenti "verso la pista del sequestro di persona". "Noi non credemmo ai genitori - ha detto l'agente speciale Biplob Kumar - perché Rohan prima di andarsene ha preso con sé il passaporto, e potrebbe essere andato anche in Siria ad addestrarsi per quanto ne sappiamo, o in Indonesia"
Le forze di sicurezza le hanno interrogate per capire se ci siano legami con i terroristi, col sospetto che qualcuno dall'interno possa averli aiutati a pianificare e a lanciare l'attacco o che addirittura facesse parte del gruppo di fuoco e durante l'irruzione dei militari si sia mischiato agli ostaggi per sfuggire alla cattura.
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Fermato un professore universitario, considerato tra gli ostaggi al ristorante. Tra i fermati, riferiscono fonti della sicurezza, anche Hasnat Karim, il professore universitario che era nel locale per festeggiare il compleanno di uno dei figli ma ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre fumava in terrazza con alcuni membri del commando. Secondo alcune fonti, l'uomo, docente alla North South University (NSU) di Dacca, aveva lasciato il lavoro almeno cinque anni fa. Anche gli autori della strage sono stati studenti della North South University di Dacca. Lo riferisce la Cnn news18, emittente indiana. Nella tasca di uno di loro la polizia ha trovato un appunto con su scritto l'indirizzo di casa di Karim. Gli inquirenti, spiega il quotidiano Dhaka Tribune, hanno anche scoperto che nel 2012 il professore fu citato insieme ad altri tre colleghi della NSU tra i sospettati che avevano contatti con il movimento clandestino Hizb-ut-Tahrir. Interrogati nella notte anche la moglie e i figli dell'uomo che però sono stati rilasciati questa mattina. Il padre di Hasnat, Rezaul Karim, aveva riferito la sua agghiacciante testimonianza al Bangladesh Daily Star: "Gli assalitori non si sono comportati male con i connazionali del Bangladesh. Controllavano la religione degli ostaggi. Chiedevano a ognuno di recitare versi del Corano. Quelli che li conoscevano venivano risparmiati, gli altri torturati".
Gli altri fermati. Sotto interrogatorio un cittadino canadese di origine bengalese, tornato a Dacca solo un giorno prima dell'attacco. L'uomo si trovava nel ristorante insieme a due amiche, studentesse di un'Università privata. La polizia ha perquisito anche la sua abitazione, sequestrando computer, il passaporto e documenti. Un altro dei fermati è trattenuto in quanto avrebbe fornito agli agenti un indirizzo falso. Avrebbe anche dichiarato di essere un imam che guida le preghiere di un gruppo di autisti presso un edificio vicino al ristorante, affermazioni ora al vaglio degli inquirenti.
Un terzo sospetto non avrebbe voluto fornire altro agli investigatori se non il nome e cognome. Rilasciata invece un'altra persona, un 45 enne britannico di origine bengalese tornato in patria un anno e mezzo fa dopo un ventennio nel Regno Unito, che avrebbe parlato con uno dei killer. L'uomo è tornato a piede libero, ma continua a essere monitorato dalle forze di sicurezza. Dal suo rientro nel Paese asiatico ha insegnato in un'Università privata, la stessa delle studentesse amiche del canadese, ed era andato al ristorante insieme alla famiglia.
E si indaga ancora sulla vita dei sei complici morti, cinque dei quali subito identificati e dei quali sono stati forniti nomi e foto poche ore dopo la conclusione dell'azione. Sul sesto assalitore morto gli investigatori non hanno (o non forniscono) informazioni. Forse è straniero, forse l'anello di collegamento con la mente dietro l'attentato, quello che potrebbe avere legami con formazioni internazionali. Sull'identità di uno di loro ci sarebbe un giallo, potrebbe non essere un militante, ma semplicemente un cuoco del ristorante. Così scrive oggi il quotidiano Dhaka Tribune. Il giornale riferisce che si tratterebbe di Saiful Choukidar, 40 anni, che dopo essere emigrato in Germania era tornato anni fa in Bangladesh e lavorava dal 2015 come cuoco e pizzaiolo presso il ristorante assaltato.
Strage Dacca, omaggio alle vittime nello stadio: premier Hasina depone corona di fiori
Coperti dalle bandiere di Italia, Giappone, India, Usa e Bangladesh, i feretri delle vittime della strage all'Holey Artisan Bakery di Dacca sono stati portati all'interno dello stadio cittadino. Centinaia le persone che hanno voluto rendere omaggio ai 20 ostaggi che hanno perso la vita nell'assalto; tra esse anche la premier bengalesese Sheikh Hasina che ha deposto una corona di fiori di fronte alle bare
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"Uccisi nei primi 20 minuti" La polizia di Dacca, sotto accusa per i ritardi e l'approssimazione del blitz, ribadisce oggi che i terroristi avrebbero ucciso gli ostaggi catturati nel locale nei primi 20 minuti dalla loro irruzione all'Holey Artesan Bakery. "Molti giornali hanno scritto che abbiamo tardato l'inizio dell'operazione di salvataggio, ma così non è stato".
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Allerta della Farnesina. Gli italiani che devono recarsi in Bangladesh sono esortati alla massima prudenza, non si esclude infatti il rischio di altri attentati. E' quanto si legge sul sito della Farnesina che ha diramato oggi, nella sezione "Viaggiare Sicuri", un aggiornamento della situazione nel Paese. "In considerazione della presenza nel Paese di formazioni di ispirazione jihadista non si può escludere il rischio di possibili ulteriori atti ostili". Il ministero degli Esteri ricorda inoltre che prima dell'attacco al ristorante 'Holey Artisan Bakery' di Dacca, altri tre attacchi contro stranieri che hanno avuto luogo nel 2015: il 18 novembre contro un connazionale nella città di Dinajpur nel nord del Paese, il 3 novembre contro un cittadino giapponese, nel distretto di Rangpur, e il 28 settembre, a Dacca, nel quartiere di Gulshan, contro un connazionale, Cesare Tavella, che ha perso la vita".
La procura di Roma e la rogatoria internazionale. Il pm, Francesco Scavo, titolare delle indagini, chiederà quanto prima di poter ascoltare Gian Galeazzo Boschetti, scampato alla strage nella quale è stata uccisa, tra gli altri, sua moglie Claudia D'Antona. La procura pensa anche alla richiesta degli atti degli investigatori di Dacca e alla possibilità di sentire i testimoni e le persone dagli investigatori del Bangladesh. Ipotesi queste che dovrebbero necessariamente passare attraverso una rogatoria internazionale. In queste ore però da Roma si è concentrati sull'organizzazione per il ritorno delle salme e e i successivi esami dopo i quali sarà possibile restituire i corpi ai famigliari delle vittime per le esequie. In assenza di un trattato di reciproca assistenza giudiziaria tra Italia e Bangladesh, la magistratura della capitale confiderebbe in quello che in gergo è chiamato "atto di cortesia".