Esteri

Un giorno qualunque da migrante

Un bagaglio annodato, una fuga sulle dune del deserto, una catena umana, una nuova zattera della Medusa: scene di vita in cerca di futuro

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In case of loss
Una foto di Francesco Giusti (Prospekt) della serie “In Case of Loss” (2011): una carta di identità attaccata al bagaglio di un migrante in fuga dalla Libia al checkpoint di Ras Jedir, al confine tra la Libia e la Tunisia (marzo 2011) 
Nella foto di Francesco Giusti, un paio di pantaloni abbandonati da un migrante sulla strada polverosa che porta dalla spiaggia al campo profughi. Isola di Lesbo, Grecia - novembre 2015
 
Il deserto del Sahara
Una foto di Giulio Piscitelli (Contrasto), scattata il 18 maggio 2014, mostra i rifugiati in arrivo in Libia dal Sudan che attraversano il deserto del Sahara per raggiungere uno dei veicoli con cui ripartire. Dagli anni ’90 più di 2000 rifugiati sono morti nella zona
  
Canale di Sicilia, più di 100 migranti e rifugiati a bordo di una nave proveniente dal porto tunisino di Zarzis - 2 aprile 2011- Foto di Giulio Piscitelli 
Il confine serbo
14 ottobre 2015: nella fotografia scattata da Rocco Rorandelli (TerraProject) un gruppo di rifugiati raggiunge in Serbia un check point della polizia, posto al confine con la Macedonia 
I rifugiati arrivati con gli autobus da Atene attendono in fila per entrare nel campo temporaneo, al confine tra la Grecia e la Macedonia - Foto di Rocco Rorandelli 
In mare
Nella foto di Francesco Zizola (Noor), migranti su una barca da pesca di legno che trasporta circa 500 persone partite dalla Libia vengono trasferiti sulla nave Bourbon Argos di Medici senza frontiere (26 agosto 2015) 
Una foto di Francesco Zizola, un gommone sovraffollato con più di 700 migranti a bordo - 26 agosto 2015 

I migranti li vediamo tutti i giorni sugli schermi grandi e piccoli: rischiamo così di non metterli più a fuoco. Eppure, per superare gli automatismi visivi che ottundono la nostra percezione, basterebbe tirar giù dagli scaffali i grandi classici spazzando via la polvere accumulata sulle pagine ingiallite dal tempo: «Mal può durare il rosignolo in gabbia, / più vi sta il gardelino, e più il fanello; / la rondine in un dì vi mor di rabbia».
Parole di Ludovico Ariosto che, ricordando, lui sedentario, la matrice nomade della specie cui apparteniamo (siamo tutti come quella rondine, senza la quale nessuna civiltà umana sarebbe nata), le incise per sempre nella sua terza satira, un paio d’anni dopo aver pubblicato, con il favore della corte estense, l’Orlando furioso, di cui quest’anno stiamo finendo di celebrare il cinquecentenario. L’irripetibile capolavoro si concludeva proprio, è bene tenerlo a mente, nell’isola di Lampedusa con lo scontro titanico fra i campioni cristiani e saraceni.
Osservo le immagini di Francesco Zizola esposte al Festival Internazionale di Ferrara (un groviglio di corpi alla deriva sulla nuova zattera della Medusa), quelle di Giulio Piscitelli (una corsa leggera sulle dune), e ripenso al giorno in cui, tanti anni fa, quando l’immigrazione era agli inizi, percorsi in motorino tutta l’isola, alla ricerca, come spesso mi capita, di un fantasma. Quella volta si trattava del paladino Orlando che resta uno dei padri spirituali del Vecchio Continente: a chi altri domandare le ragioni, storiche e culturali, del nostro essere europei? Sognai di incontrarlo, trasfigurato, in un volontario delle Misericordie, l’associazione che si occupava dell’accoglienza ai rifugiati. Notevole fu la mia sorpresa nel vedere il cambiamento a cui era andato incontro: l’antico difensore della vera Fede offriva il minestrone ai nemici di un tempo spezzando il pane per loro. Oggi credo che se l’Europa non seguirà il suo esempio, continuerà a morire a Roncisvalle. Fu questo personaggio scaturito dal nulla a farmi capire che dobbiamo scoprire dentro noi stessi il volto del naufrago appena tratto in salvo. Altrimenti non potremo mai conoscerlo. Nel caso in cui ci riuscissimo, avremmo riacquistato il senno che Orlando, diviso tra la forza selvaggia del sentimento amoroso e la nostalgia profonda del focolare domestico, ritrovò, con l’aiuto di Astolfo, soltanto sulla Luna in una preziosa ampolla con l’apposita etichetta: noi purtroppo rischiamo di vederlo “esalar” ogni giorno, distratti dai burocrati di una fragilissima unione, che sembrano impegnati soltanto a definire le “quote da distribuire” ai singoli Stati.
Al contrario, l’occhio fotografico di Francesco Giusti, con mossa tanto rapida quanto intensa risulta l’adesione emotiva, si sofferma sul bagaglio annodato dei profughi, nell’eco della deportazione novecentesca. Rocco Rorandelli li inquadra dall’alto quando giungono a terra e lentamente cominciano a camminare. Sembrano i ciechi di Bruegel: timorosi e zoppicanti, tengono la mano sulle spalle di chi li precede e avanzano nella boscaglia come formichine. D’improvviso, con un tuffo al cuore, riconosco i miei studenti: ciao Mohamed! Batti il cinque Ismail! Chi saranno i nuovi paladini capaci di accogliervi? Da tempo li sto chiamando all’appello, uno per uno. Adolescenti italiani, coetanei dei superstiti, pronti a rispondere “presente!”: ragazzi e ragazze di un Paese migliore rispetto a quello

Le foto in pagina sono in mostra al Festival di Internazionale, organizzato dall’omonima rivista, che da oggi a domenica torna a Ferrara con un weekend di incontri, dibattiti, spettacoli e proiezioni. Filo conduttore della decima edizione: il coraggio