In queste immagini ci sono corpi, volti occhi, denti che spuntano dalle bocche spalancate. Ci sono persone che nel Mediterraneo hanno perso tutto.
Per loro non ci sarà più bisogno di impronte digitali e foto segnaletiche, cartellini identificativi, accertamenti, verifiche, indagini, ispezioni sanitarie, smistamenti, centri di prima o di seconda accoglienza, viaggi prepagati, accompagnamenti o respingimenti. Quelli che si muovono sembrano in posa anche loro, annientati. Con l'odore della morte addosso. Magari, fra tre mesi o sei mesi, alcuni dei sopravvissuti lo ritroveremo per una strada di Milano o di Roma o in un mercato di Napoli o di Palermo. E probabilmente qualcuno di noi si lamenterà di loro. Un altro. Un altro che ci ha invaso, un altro che è venuto a casa nostra, un altro che dorme alla stazione, un altro che ci ruba il lavoro, un altro che spaccia. Un altro.
Ma li avete visti? In queste foto non c'è "il bilancio" dell'"ennesima tragedia del Mediterraneo", la "conta dei morti e dei dispersi". È il linguaggio che abbiamo imparato ad usare - quello che ci viene più facile - per descrivere cosa accade ogni giorno e da tanto tempo nel mare in fondo all'Italia. Ci sono corpi, facce, occhi, mani, denti bianchi che spuntano da bocche spalancate dalle urla di dolore e di paura.
Ci sono padri che hanno perso figli e fratelli che hanno perso fratelli, ci sono uomini e donne che hanno perso tutto. Sono lì, sono tutti insieme e questa volta è complicato nasconderli, è difficile farli sparire alla nostra vista. Le loro braccia sembrano arpioni, quelli che i pescatori agitano nella mattanza per tirare su i tonni morenti che si dibattono nel mare colorato di rosso. Ma sono braccia che arpionano altre braccia, che issano a bordo carne umana martoriata dal sale e dal sole.
Due mani che sollevano un fagottino bianco, il capo pende all'indietro, un bimbo di pochi mesi che non è più nel mare ma non è ancora sul barcone. Non si capisce se è un bimbo vivo o un bimbo morto. Ragazzi nudi fra le donne, la disperazione cancella ogni pudore. Il pianto della ragazza accanto. Il pianto del bambino che ha già addosso un salvagente. Tante teste ricce che ancora sono in mare. Loro ce la faranno. Loro arriveranno da noi, a trascinarsi nelle nostre città.
Fra una settimana o fra un anno. Con un nome vero o falso, con la voglia di stare qui o di andarsene via, mal sopportati e a volte anche odiati. Ma guardateli per un momento dentro questo sfondo blu del mare, guardate le loro gambe che pendono dal gommone. Sembrano gambe finte. Guardate anche gli spruzzi d'acqua di quelli che non ce la fanno più a nuotare. Guardate i loro piedi che calpestano i morti.
IL FOTOGRAFO*
Aris Messinis, greco, 39 anni, fotografo Afp. Ha lavorato in zone di guerra come la Siria e raccontato la fuga dai conflitti. Il suo fotoreportage da Lesbo durante la crisi migratoria del settembre 2015 gli è valso il premio Visa d'Or. Mentre lavorava abbandonò la macchina fotografica per aiutare i migranti